Io non sono una persona mistica. Non medito. Non faccio “grounding”. Al massimo abbraccio il termosifone quando mi viene l’ansia. Però a gennaio, quando sei stanca e non hai avuto la possibilità di goderti le ferie di Natale, succede una cosa: inizi a credere alle pubblicità.
“Weekend detox in Norvegia: sauna, fiordo, silenzio, natura. Avventura soft per principianti.”
Soft. Principianti. Io leggo e mi immagino dieci minuti di cammino, una renna che mi giudica in silenzio, una casetta di legno e una zuppa calda che non mi chiede come sto davvero.
Prenoto. Tre click. Un bonifico. Una speranza.
Partenza Venezia–Roma–Oslo, orario da delinquente: 6:10 del mattino. Io in aeroporto con la faccia di chi ha dormito due ore e si sente già una persona migliore perché ha comprato una borraccia termica e un pacchetto di mandorle “bio” che sanno di cartone ma fanno curriculum.
Imbarco, seduta, cintura. Il comandante inizia il discorso con quella voce da “tranquilli, qui è tutto normale”, e poi fa una pausa. Quella pausa non è tecnica, è narrativa: è il momento in cui entra il villain.
“Abbiamo un piccolo problema con uno dei servizi igienici.”
Io penso: va bene, siamo adulti, capita. Spoiler: no. O meglio: capita, ma quando capita ti ritrovi a fare parte di un esperimento sociale non richiesto.
Restiamo fermi. Venticinque minuti. Quaranta. Un’ora. Una hostess passa col sorriso di chi sta tenendo in mano un bicchiere che trabocca e deve fingere che sia tutto sotto controllo. “Stiamo risolvendo.” Dietro di me un uomo dice: “Tanto è un volo corto.” Io annuisco, perché quando sei ancora innocente credi alle frasi brevi.
Poi arriva l’annuncio che ti taglia le gambe: tutti a scendere. “Motivi operativi.” È bellissimo come in aeroporto “operativo” voglia dire “non chiedere”.
Scendiamo e ci accampiamo al gate come profughi di un mondo in cui la puntualità esiste. La liturgia della menzogna gentile comincia subito: “Dieci minuti.” “Venti.” “Mezz’oretta.” Il tempo, in aeroporto, non è più tempo: è una narrazione tossica.
A un certo punto mi trovo abbastanza vicina a un addetto da sentire una frase sussurrata a una collega. “Non lo puliscono. È… pieno.” Lei risponde, senza nemmeno alzare gli occhi, come se stesse parlando del meteo: “Biohazard.”
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