Io e lui dovevamo “riscoprirci”.
Avete presente? Quelle frasi da coppia in crisi che suonano come: “Ci serve il mare”, “Stacchiamo”, “A Mykonos torniamo giovani”.
Ecco. Siamo tornati giovani solo nel senso che abbiamo preso decisioni da diciottenni con il conto corrente da quarantenni.
Partiamo da Milano Malpensa alle sei del mattino, con l’aria di chi si ama e con due trolley che costano più dell’auto con cui abbiamo fatto il parcheggio. Atterriamo a Mykonos e il primo segnale dell’universo arriva subito: il nastro bagagli gira, gira, gira… e arriva tutto. Tranne il nostro.
“Signora, forse è finito a Santorini.”
Che già è una frase che ti fa venire voglia di sederti sul pavimento e diventare un arredo dell’aeroporto.
Ci danno un modulo, una penna scarica e un sorriso greco che vuol dire: non ti preoccupare, tanto soffrirai comunque.
Andiamo in hotel con lo zaino e la dignità in tasca, cioè niente.
L’hotel, in foto, era “boho chic”. Dal vivo era “bianco accecante con quattro cuscini e una scala assassina”. Però c’era la piscina, quindi ci convinciamo che tutto si sistemerà.
Prima sera: aperitivo a Little Venice, tramonto, musica, coppie abbracciate. Noi ci guardiamo e facciamo quel patto silenzioso da persone adulte:
“Ok. Niente drammi.”
“Sì. Niente drammi.”
Tempo due ore.
Perché lui – chiamiamolo Giangi, per capirci – decide che a Mykonos devi “entrare nel mood”.
E il suo “mood” non è il cocktail. È uno sballo sbagliato, deleterio che crea dipendenza e che, a detta sua, per qualche giorno di vacanza si gestisce benissimo.
Io lo vedo che cambia faccia. Prima diventa euforico, poi diventa il classico uomo convinto di essere irresistibile, poi diventa quello che parla troppo vicino e ti racconta la vita del barista come se fosse un romanzo russo.
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