E lo vedo.

Lui è lì, steso, completamente KO, con l’espressione beata di chi non sa più in che continente si trova… e con un dettaglio che mi fa capire che l’universo, quando vuole, sa essere molto creativo.

Tralasciando il fatto che era ancora vestito ma più puzzolente di alcol e fumo di prima.

Giangi ha ancora il preservativo addosso.

Non “da poco”. Non “forse mi pare”.
Proprio lì. In bella vista. Come un souvenir.

Io resto immobile. Un secondo, due secondi, tre secondi.
Poi parte la voce dentro la mia testa, quella voce che ti parla in dialetto anche se sei nata a Stoccolma:

Ma io sto sognando o questo è davvero successo?

Lo scuoto.

“GIANGI.”
“Mmm.”
“GIANGI, CHE COS’È…?”
Lui apre un occhio, confuso.
“Amore… che c’è…”
“C’È CHE TU SEI TORNATO A CASA CON… CON… QUESTO.”

Lui guarda giù.
Silenzio.
Poi fa una cosa che, giuro, non dimenticherò mai: prova a ridere. Una risata lenta, storta, da persona che non capisce se è colpa sua o della fisica.

“Ah.”
“AH COSA?”
“Non me lo ricordavo…”
“Non ti ricordavi di esserti vestito… con un accessorio?”

A quel punto io esplodo. Non urlo: faccio quel tono basso e assassino, quello che ti viene quando hai superato l’umano.

“Tu hai fatto cose. Con qualcuno. E sei tornato in camera. Così.”
“Ma no, cioè… io… non… amore, non è come sembra.”
“È ESATTAMENTE come sembra, Giangi.”

Lui cerca di alzarsi, ma barcolla.

“Tu stasera hai preso qualcosa.”
“N-no… cioè… un po’.”
“Un po’ cosa?”
“Un po’… Mykonos.”

Nel frattempo, dalla stanza accanto, sento un colpo sul muro. Qualcuno sta chiaramente ascoltando. Probabilmente in hotel c’era già un gruppo WhatsApp: Italiani che litigano – stagione 1.

Io prendo il telefono e cerco un volo per rientrare.
Lui si siede sul bordo del letto e, con una lentezza surreale, si sfila finalmente quel coso come se stesse togliendo una calza.

Io lo guardo e penso: questa scena, se la raccontassi, mi arresterebbero per diffamazione della realtà, che schifo.

“Tu oggi vai a fare una cosa molto bella: vai a cercarti un posto dove dormire. Lontano da me. E possibilmente lontano da ogni essere umano.”

Lui prova a fare il romantico.
“Ma noi dovevamo… riscoprirci…”
“Mi sono riscoperta benissimo. Ho riscoperto che so vivere anche senza di te. E che la reception apre alle sette.”

Scendo giù, racconto tutto (a metà, perché non sono sadica) e chiedo una seconda stanza. La receptionist mi guarda, annuisce come se fosse la quinta coppia della settimana e mi fa:

“Madam… Mykonos… is… difficult for love.”
“Sì, guarda, anche per la logica.”

I bagagli arrivano nel pomeriggio.
Dentro, incredibilmente, c’era tutto: vestiti, trucchi, perfino il mio costume nuovo.

Solo che ormai la vacanza era finita.

Perché puoi anche perdonare un litigio, un volo in ritardo, un hotel brutto, perfino uno scooter che ti tradisce in salita.

Ma un uomo che torna a letto fatto come una zucchina con ancora il preservativo addosso… no.

Quello non è un viaggio da incubo.

È un messaggio divino con allegata prova materiale.