“Oh, sono due notti. Che sarà mai.”
È stato mai. È stato abbastanza perché il mio cervello aprisse una pratica e il mio corpo chiedesse asilo politico.
Tutto era iniziato con un’offerta trovata la sera tardi, quando il cervello è stanco e il dito clicca “Prenota” come se stesse disinnescando una bomba. Foto perfette: letto candido, bagno lucido, una finestra con “vista mare” (che nella mia testa era Milano Marittima, nella realtà era, boh). Prezzo sospetto, ma non troppo: quel “sospetto” che ti sembra fortuna e invece è un avvertimento.
Arriviamo in tarda mattinata — io e il mio compagno — con la gioia di chi pensa di essere finalmente adulto: due giorni senza figli, senza mail, senza rumori. Entriamo nella hall e ci accoglie un silenzio da ufficio postale durante uno sciopero.
Alla reception c’è una signora con lo sguardo di chi ha già visto tutte le versioni dell’inferno e ha deciso che nessuna merita una recensione su Google. Le dico il cognome. Lei digita lentissima, come se stesse scrivendo il testamento. Poi alza gli occhi e dice:
“Non risulta.”
Io sorrido, perché sono una persona civile. Dentro, però, il mio stomaco sta già facendo le valigie per tornare a casa.
“Strano… ho la conferma,” dico, mostrando la mail come se stessi esibendo un lasciapassare per una zona militare.
Lei la guarda e fa quel suono — un “mm” — che non è un “capisco”, è un “non mi interessa”. Poi:
“Ah, sì. È che la stanza è stata assegnata.”
“Assegnata a chi?” chiedo, con la voce che prova a restare allegra ma viene fuori tipo hostess al terzo turno.
“A un altro ospite. Ma non si preoccupi, troviamo una soluzione.”
Quando qualcuno ti dice “non si preoccupi” in hotel, è perché dovresti preoccuparti tantissimo.
Ci fa sedere su un divanetto in pelle che aveva visto giorni migliori e, a giudicare dalla consistenza, li aveva anche assorbiti. Attorno a noi, un gruppo di persone con valigie enormi discuteva animatamente: la loro prenotazione era sparita, la loro camera non era pronta, la loro pazienza era morta nel 2007.
Dopo quaranta minuti, ci assegnano una “camera di cortesia”. E io già so che “di cortesia” significa: non fate domande, non guardate bene, non respirate troppo forte.
Salendo in ascensore notiamo il primo dettaglio poetico: l’ascensore emette un fischio lungo e triste, come se stesse chiamando aiuto. Arriviamo al piano, percorriamo un corridoio con moquette color “ocra indeciso” e ci fermiamo davanti alla porta.
Apro.
Lascia un commento