Casablanca, cinque giorni.
Un weekend lungo allungato con un giorno di ferie rubato alla vita, giusto per fare “Marocco urbano”: un po’ città, un po’ riad instagrammabile, un po’ “sì sì, siamo adulti, niente caos”.
Partecipanti: io, il mio compagno, e una coppia di amici che in teoria sono quelli zen, quelli che “se va male, pazienza”, quelli che hanno sempre un power bank e una frase motivazionale pronta. Spoiler: le frasi motivazionali non funzionano con i facchini.
Appena atterrati, ci prende quella sensazione particolare, che non è paura ma è come quando entri in un negozio e capisci subito che qualcuno sta già facendo il calcolo mentale su quanto sei disposto a pagare per una cosa che non ti serve. Solo che qui non è un negozio: è l’aeroporto.
E l’aeroporto ha occhi.
La lounge più piena del mondo (con tre persone dentro)
Noi avevamo deciso: “Ci rilassiamo in lounge, così ci ambientiamo”.
Cioè: arrivi e fai il gesto da viaggiatore navigato. Mostri la tessera, sorridi poco, sembri uno che ha un piano.
Alla reception della lounge, un addetto ci guarda e fa:
“Full.”
Io, che ho letto le recensioni e quindi mi sento armata: “Full… in che senso? Ci sono posti riservati, guardi che…” e tiro fuori la tessera come se fosse un tesserino dell’FBI.
Lui cambia faccia. Non troppo, ma abbastanza da farti capire che ora la storia si è aggiornata.
“Full… ma forse… uno spazio… per voi.”
Entriamo.
Dentro ci sono tre persone. TRE. Una dorme con la bocca aperta, una sta fissando un bicchiere d’acqua come se avesse litigato con l’acqua, e la terza è un uomo d’affari che sembra già stanco di esistere.
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