Avevamo giurato che questa volta sarebbe stata una vacanza “furba”. Una di quelle in cui ti organizzi, scegli strade scorrevoli, parti presto, fai le cose con criterio e per una volta ti senti adulto. Il primo segnale che stavamo sbagliando tutto, infatti, fu proprio il nostro entusiasmo.
Io e Leo atterriamo in Florida con l’idea romantica del “road trip leggero”: palme, motel puliti, playlist anni Duemila, quella sensazione da film in cui apri il finestrino e la vita finalmente ti viene incontro. Non avevamo capito che qui la vera attrazione non è il mare, non sono i parchi, non sono i tramonti: è la fila. La fila come concetto filosofico. La fila come stile di vita. La fila come presenza divina che ti segue ovunque per educarti a non desiderare.
Avevamo noleggiato un’auto bianca. Ovviamente bianca, perché in Florida tutti guidano un’auto bianca, e se non la guidi tu la guidano gli altri per te. Usciamo dal parcheggio dell’aeroporto e Leo, con quell’ottimismo che poi in coppia diventa un boomerang, fa:
“Amore, guarda che bello, strade larghissime.”
Io, che credo nelle prime impressioni come se fossero oracoli, rispondo:
“Sì, qui si vola.”
Cinque minuti dopo eravamo fermi.
Fermi davvero: ruote dritte, aria condizionata già in modalità sopravvivenza, sole che ti cuoce la fronte come se la Florida ti stesse timbrando la pelle: Benvenuta. Adesso aspetti.
La cosa che ti manda fuori di testa non è l’ingorgo in sé. È che non ha una spiegazione leggibile. Non c’è un incidente, non c’è un cantiere, non c’è una mucca in mezzo alla carreggiata come nei film. C’è solo una densità umana così compatta da farti dubitare della realtà. E il navigatore — che io chiamavo già “il demonio” dal giorno uno — iniziò a proporci alternative con la calma di un medico che ti comunica una diagnosi:
“Traffico intenso. Percorso alternativo disponibile. Risparmio stimato: due minuti.”
Due minuti.
Per guadagnare due minuti voleva farci attraversare un labirinto di svincoli e stradine che sembravano disegnate da un urbanista vendicativo. E ogni volta che lo seguivamo, finivamo nello stesso identico scenario: altre auto bianche, altri turisti con la stessa faccia da “ci sto credendo ancora”, e un camion che ti passa di fianco con lentezza offensiva, come se ti stesse giudicando personalmente.
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