L’itinerario prevedeva Orlando, parco la mattina presto, poi giù verso Tampa e infine Sarasota. Mare, tramonto, foto, cena decente. Avevamo anche deciso che saremmo stati persone nuove: persone che non litigano in auto, persone che si parlano con dolcezza, persone che non dicono frasi tipo “te l’avevo detto”.

Al terzo blocco totale della giornata, quando il navigatore aveva ricalcolato il percorso per la settima volta e l’ora di arrivo scivolava in avanti come il destino inarrestabile, Leo disse con una voce neutra che era già un urlo:
“Ma è possibile che qui sia sempre così?”
Io guardandolo con la stessa pietà che si riserva ai bambini quando scoprono che Babbo Natale non esiste:
“Amore… credo che questa sia la Florida.”

Il giorno in cui volevamo arrivare all’apertura del parco — perché noi siamo quei turisti che dicono “andiamo presto così evitiamo la folla”, come se la folla fosse un fenomeno evitabile — ci svegliammo prima della sveglia, carichi e ridicoli. Uscimmo dall’hotel convinti che la mattina avrebbe avuto pietà. La mattina, evidentemente, aveva già i suoi programmi.

Dopo venti minuti eravamo di nuovo intrappolati, questa volta tra un pullman pieno e un SUV gigantesco con l’adesivo “Live, Laugh, Love”: il manifesto ufficiale di chi ti sorpassa e poi frena. Io fissavo l’orologio, Leo fissava la strada, e il navigatore insisteva con quel tono da assistente virtuale che non ha corpo e quindi non può capire la disperazione:


“Ritardo di quaranta minuti. Ricalcolo.”


Ricalcolo. Sembrava una minaccia.

Arrivammo tardi, ovviamente. E non a causa di una tragedia epica: niente guasto clamoroso, niente urla, niente scena da film. Solo un’erosione continua. Perdi minuti, perdi energia, perdi entusiasmo. E poi ti ritrovi in un parcheggio enorme a chiederti se hai attraversato l’oceano per avanzare di venti metri al minuto insieme ad altre migliaia di persone.

Dentro al parco, per qualche ora, ci dimentichiamo tutto. Davanti a un animale che ti guarda o a una giostra che ti sbatte l’anima addosso, il cervello si resetta. Ma la Florida è una maestra severa e ti ricorda subito che la libertà è temporanea: appena usciti, di nuovo nel culto della coda.

La cena “decente” si trasforma in una scelta terapeutica, di quelle che fai quando non vuoi più vivere esperienze ma solo ingerire qualcosa senza pensarci. Finiamo in un fast food con luci aggressive e aria condizionata da Polo Nord. Panino al gusto di rabbia e carne macinata e Leo con la faccia di chi aveva un sogno piccolo che gli è stato negato:
“Io volevo solo vedere il tramonto.”
“L’abbiamo visto. Era dietro il paraurti di quello davanti.”

Il giorno due passiamo  alla versione “slow travel”, quella in cui dici “va bene, non facciamo tutto, ascoltiamo il corpo”. E il corpo ci disse: “Tornate in hotel.” Perché dopo un’ora di traffico e inversioni a U proposte dal demonio come se fossero un gioco, avete già esaurito il sorriso del buongiorno.”

A quel punto facciamo quello che fanno i disperati quando la realtà li prende a schiaffi e loro, invece di reagire, cercano una scappatoia poetica.

“Vabbè. Andiamo alle Keys. Lì è panoramico, è rilassante. È una strada nell’oceano. Sarà bellissimo.”