Erano gli anni in cui ancora non avevamo figli, si partiva all’avventura e il preavviso delle ferie, da neo assunti, non esisteva.

Si decide per la Corsica: traghetto, due curve panoramiche, mare trasparente, pineta, griglia, amici, zero pensieri. Io, il mio compagno, e un’altra coppia con cui normalmente si ride e si mangia bene: la combinazione che, sulla carta, ti fa credere che nulla possa andare storto.

Solo che in Corsica, a Ferragosto, la carta la strappi e ci fai un ventaglio per asciugarti il sudore.

Il primo errore nasce così, tranquillo, quasi educato: “Arriviamo nel tardo pomeriggio, qualcosa troviamo.” Che è una frase che funziona ovunque… tranne dove tutti arrivano nel tardo pomeriggio e “qualcosa” è già stato trovato, occupato e difeso con la vita.

Sbarcati, ci mettiamo in marcia dentro quel crepuscolo arancione da fine giornata estiva, bello sì, ma con la bellezza cattiva: strade strette, curve che si chiudono addosso, a sinistra la roccia, a destra il vuoto, e quel muretto basso – basso apposta, come se volessero lasciarti la vista… fino all’ultimo secondo. La radio fa avanti e indietro tra fruscii e mezza canzone, il navigatore si comporta come uno che non vuole responsabilità, e ogni cartello in francese ti sembra scritto con un tono da: “se poi ti succede qualcosa, non dire che non te l’avevo detto”.

E infatti cominciano a comparire loro, i cartelli: Camping sauvage interdit. Uno, poi un altro, poi un altro ancora, in una sequenza quasi didattica. Non era un divieto: era un tutorial su come non rovinarti la vita. La Corsica ci stava letteralmente guardando e dicendo: “Ti vedo, turista. Non fare il furbo.”

Noi, stanchi ma ancora ottimisti, puntiamo l’unico campeggio segnato in zona, quello che sul telefono sembrava “semplice”: una sbarra, un posto sotto i pini, magari due passi e sei in spiaggia. Arriviamo… e troviamo l’inferno ordinato del pienone: parcheggio saturo, roulotte incastrate come pezzi di Tetris, camper in attesa, gente che gira in ciabatte con quella faccia specifica di chi ha già ricevuto troppi “no” e sta iniziando a considerare l’idea di vivere lì per sempre.

Il gestore ci vede e non recita nemmeno mezzo secondo la parte del “controllo le prenotazioni”. Ci fa direttamente la sentenza, in tre parole, pulite, chirurgiche:

“Complet. Plein. Fini.”

Fine davvero. E in quel momento scatta il secondo errore, quello da stanchezza e disperazione, quello che fai perché il cervello a una certa spegne i valori civili e passa alla modalità sopravvivenza.

Davanti all’ingresso c’è uno spiazzo che, di giorno, potrebbe perfino sembrare carino: una pineta, la spiaggia dietro, qualche luce lontana. E ci sono già altri camper. Non due: tanti. Troppi. E la mente, quando vede “tanti”, traduce automaticamente in “allora si può”. È la democrazia del disagio: se lo fanno gli altri, diventa lecito per osmosi.

Ci piazziamo anche noi. Motore spento. Quel micro-silenzio iniziale, quell’illusione di tregua. Sto per pensare “ok, almeno stanotte si riposa”… quando parte la musica.

Non una musica da sottofondo. Un karaoke. Ma non il karaoke allegro da festa di paese: un karaoke sparato a un volume che pare progettato per competere con l’elicottero dei soccorsi. E il cantante – che evidentemente era in missione spirituale – aveva quella voce piena, convinta, tragica, come uno che sta interpretando la finale di Sanremo in mezzo alla pineta e pretende rispetto.

Ci guardiamo. Io, ingenua:
“Vabbè, finisce all’una.”

Il mio compagno mi guarda con quella calma cattiva di chi ha già capito:
“Finisce quando decidono loro. Cioè mai.”