Se devo pensare alla peggiore vacanza della mia vita, non me ne viene in mente una in particolare, ma un accumulo progressivo di eventi pericolosi, grotteschi e moralmente discutibili, talmente continui da togliermi la forza di stupirmi.
Anno 2012. Destinazione: Lisbona. Partiamo in tre: io e i miei due migliori amici tutti freschi di diploma.
Tre persone normali, con entusiasmo sincero e un budget ridicolo. Soprattutto il budget, che ebbe la meglio su tutto.
Io propongo un hotel centrale, onesto, di quelli che non brillano ma non ti fanno rimpiangere le scelte di vita. Uno dei miei amici, animato dallo spirito del risparmio estremo, boccia l’idea:
“Ho trovato una stanza in periferia, costa pochissimo, tanto è solo per dormire.”
Parole che oggi andrebbero stampate sui pacchetti di sigarette.
Arriviamo e capiamo subito che non è solo una stanza. È un microcosmo. Il nostro host è un tipo ambiguo, che scopriremo presto essere una sorta di magnaccia. Non per sentito dire: le “donnine” entrano ed escono dalle altre camere con una naturalezza che ti fa capire che sei tu quello fuori posto. Non nella nostra stanza, almeno quello. Ma il corridoio parlava chiaro.
Il quartiere è una zona di case popolari, e all’epoca l’atmosfera non era esattamente rassicurante. Nei dintorni giravano molte persone con comportamenti ripetitivi, tic nervosi evidenti, sguardi persi. Alcuni si avvicinavano, parlavano addosso, seguivano per qualche metro. Non succedeva mai nulla di esplicitamente violento, ma la tensione era costante, come se ogni passeggiata fosse una prova di resistenza mentale.
Il primo episodio serio accade in centro.
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