E lo è. Per circa cinque minuti.
Appena imbocchiamo quella lingua di mondo, con l’acqua azzurra ai lati e la promessa romantica di una strada che cuce isole come perline, mi convinco davvero che stiamo per vivere una scena da film: capelli al vento, musica giusta, noi finalmente in pace con l’universo. Poi arriva la realtà, puntualissima, sotto forma di luci rosse all’orizzonte: una collana infinita di freni accesi e la consapevolezza immediata che quella non è una strada. È un imbuto. E noi siamo la sostanza che ci scivola dentro.
C’è anche un’allerta meteo. Niente di apocalittico, per carità. Una di quelle “possibili condizioni avverse” che, in teoria, dovrebbero renderti prudente e, in pratica, trasformano i turisti in un branco di cervi impazziti con la patente. A un certo punto, per contagio emotivo, tutti iniziano a fare la stessa cosa: fermarsi “solo un attimo”, cercare benzina “per sicurezza”, comprare acqua “per sicurezza”, tornare indietro “per sicurezza”. Peccato che la strada sia una sola. Una sola via. E quindi il tutto diventa un parcheggio nervoso con vista oceano.
Noi avanzavamo a scatti. Ogni scatto durava il tempo di un sospiro, perché bastava che qualcuno vedesse un tramonto e decidesse che il tramonto meritava una foto più della vita altrui ed ecco lì: accosta mezzo dentro e mezzo fuori, apre la portiera, scende, si piazza sul ciglio col telefono alzato come se stesse salvando l’umanità. Dietro, la catena si spezzava, i freni si accendevano, la pazienza moriva.
Sarasota → giù, giù, giù, fino a Key West. Tradotto: autostrada, poi US-1, poi il punto in cui capisci che non stai guidando ma stai entrando in un corridoio. Superi Marathon e ti trovi sul Seven Mile Bridge: sette miglia di ‘wow’… più o meno fino al primo stop.
Invece era un corridoio di lamiere e calore, con file di auto a noleggio identiche, bianche, candide, tutte guidate da persone convinte che quel panorama fosse una giustificazione sufficiente per procedere a trenta all’ora in gruppo, come una processione. Ogni tanto qualcuno tentava un sorpasso impossibile, poi rientrava, poi frenava, e l’intero sistema rispondeva come un organismo irritato: un’onda di stop-and-go che mi dava la nausea anche se non ero in barca.
Dopo ore — ore che non sai contare perché la mente smette di misurare il tempo quando capisce che non ha più potere — arrivavamo a una stazione di servizio. E la stazione di servizio non era un posto: era un evento. File che invadevano la strada, persone che litigavano sottovoce, sguardi cattivi, bambini in modalità collasso. Vedevo un uomo stringere una bottiglia d’acqua come se fosse oro e mi veniva da ridere, ma era la risata di chi sta per piangere.
Leo, con una calma che era puro eroismo, diceva:
“Facciamo così: se arriviamo stasera bene. Se no… dormiamo dove capita.”
E quella frase, detta da lui che di solito pretende programmi e conferme, era il momento esatto in cui capivo che la Florida ci stava spezzando e riformando a sua immagine: più umili, più rassegnati, più pronti a considerare normale l’assurdo.
Alla fine arriviamo, sì. Ma non come arrivano i protagonisti delle vacanze belle. Arriviamo come arrivano quelli che hanno attraversato qualcosa: sporchi di traffico, con il cervello frullato, lo sguardo vuoto e la capacità di provare emozioni ridotta a un file corrotto.
Quando finalmente parcheggiamo e scendiamo, l’aria profuma davvero di mare e il cielo è davvero un acquerello. Per un secondo c’è pure bellezza. Ma noi siamo già altrove, perché dopo giorni di code il tuo spirito non contempla più l’orizzonte: contempla una sola cosa. Il miracolo di essere fermo per scelta e non per obbligo.
E lì capisco la verità più umiliante: non era impossibile. Era solo che nessuno ci pensava più, perché quando sei dentro l’imbuto non immagini nemmeno che esista un’altra uscita. Continui a scorrere come il resto del gregge, con la stessa fede cieca, la stessa nausea condivisa.