Dopo colazione decidiamo: piscina. Perché nella nostra testa, almeno la piscina ci salverà. Scendiamo. La piscina è lì, bellissima da lontano. Da vicino, l’acqua ha quel colore tra il “azzurro dubbioso” e il “non ci pensare”. Infilo un piede.

Brucia.

Non è un “eh, che fresca!” No. È un bruciore chimico, un messaggio diretto ai tuoi bulbi oculari.

“È un po’ clorata,” dico.

“È pulitissima!” risponde un signore vicino, con entusiasmo da propaganda.

Io entro lo stesso, perché ormai la mia vacanza si basa su una sola cosa: fare scelte discutibili e poi pagarle.

A metà giornata scappiamo fuori: almeno il mare è vero. Passeggiata, panino decente, cinque minuti di illusione del tipo “dai, si recupera”.

Rientriamo e capiamo subito che no: lavori al piano sotto. Trapano, martello, urla. Un concerto che parte esattamente quando tu vorresti solo sparire nel letto.

Salendo, noto una cartaccia in corridoio. La riconosco: è la stessa del giorno prima. Non è sporcizia: è un’installazione permanente.

Arriva il checkout. Penso: “Ok, ce ne andiamo, almeno finisce.”
La receptionist mi stampa il conto e lo appoggia sul bancone come una multa.

Leggo: “consumazioni minibar.”

Il minibar? Vuoto. Vuoto come la mia fiducia.

“Non abbiamo preso niente.”

Lei: “È segnato.”

“Ma non è vero.”

“È segnato.”

Alla fine, tra sospiri e telefonate, “per gentilezza” toglie la voce, come se stesse facendo beneficenza e non correggendo una cosa inventata.

Usciamo, saliamo in macchina, ci guardiamo. In quel silenzio c’è tutto: il ronzio notturno, la doccia bipolare, il trapano, il minibar fantasma.

Poi lui fa:
“Vabbè… almeno abbiamo una storia.”