La camera è… ok. Finché non guardi davvero. Letto a posto, sì. Solo che la finestra, quella “vista mare”, dava su un cortile interno dove un gatto fissava un sacco della spazzatura con la stessa intensità con cui io fissavo la mia esistenza. Il mare non si vedeva, però in compenso si sentiva un odore salmastro. O forse era umidità. O forse era la spazzatura.
Poi entriamo in bagno.
Ora: io non sono schizzinosa. Ho fatto viaggi, ostelli, bagni di treni, bagni di autogrill alle 3 di notte. Ma qui c’era una curatela artistica. I sanitari erano vecchi, rovinati e chiaramente avevano attraversato almeno due epoche storiche. Il water aveva la tavoletta inclinata come un trampolino. Il rubinetto del lavandino gocciolava con un ritmo costante: tic… tic… tic… come un metronomo per la tua futura crisi di nervi.
E la doccia, signori miei: la doccia non era una doccia, era un test di sopravvivenza.
Aprivi l’acqua e ti ustionavi, la regolavi e diventava Artico, la toccavi di nuovo e tornava Etna. In pratica ti lavavi a scatti, come un semaforo impazzito.
“Va bene,” dico. “Sono solo due notti.”
E proprio mentre pronuncio la frase, vedo il primo abitante ufficiale della stanza: un insetto. Non uno di quelli minuscoli che puoi liquidare con “sarà entrato dalla finestra”. No. Questo aveva la postura di chi paga l’IMU. Camminava con una calma offensiva, come se fosse lui il cliente e io l’intrusa.
Mi blocco.
Il mio compagno lo guarda e dice: “Magari è solo uno.”
Certo. Come no. In un universo in cui gli insetti vivono isolati e non hanno amici.
Scendo alla reception. Racconto la cosa, con tono gentile, civile, diplomatico. La signora mi ascolta e poi fa l’espressione di chi sta valutando se vale la pena fingere umanità.
“Capita,” dice.
“Capita,” ripeto io, come se fosse una parola nuova.
“È estate.”
“Possiamo cambiare stanza?” chiedo.
Lei sospira, guarda lo schermo, poi dice:
“Abbiamo solo una camera disponibile. Ma è vicino al locale tecnico.”
Accetto. Perché, a quel punto, qualsiasi cosa mi sembrava meglio di condividere lo spazio con un inquilino con le antenne.
La nuova stanza è identica, solo più buia e con un rumore di fondo costante. Un ronzio profondo. Come se dietro la parete ci fosse un frigorifero industriale che soffre.
La notte, il ronzio diventa una sinfonia. Alle 2:00 sembra un terremoto in miniatura. Alle 4:00 è un concerto di ferraglia. Alle 6:30, parte un clang seguito da voci lontane.
Io mi alzo, guardo il soffitto e mi chiedo quale scelta della mia vita mi abbia portato lì. In quel momento, nel corridoio, qualcuno inizia a trascinare una valigia. Ma non una valigia normale: una valigia con ruote quadrate. E la trascina avanti e indietro, avanti e indietro, come se stesse allenandosi per una gara olimpica di “disturbo alla quiete pubblica”.
E anche questo, incredibilmente, è una delle cose che più spesso rovinano un soggiorno: rumori costanti, vicini di stanza rumorosi. Solo che io non avevo dei vicini: avevo una comunità.
La mattina scendiamo a colazione con la faccia di chi ha attraversato una guerra breve ma intensa. Il buffet è lì, illuminato da un neon bianco ospedale. Prendo un cornetto. È freddo e ha la consistenza di un oggetto archeologico. Prendo uno yogurt. È tiepido. Non “temperatura ambiente”: tiepido come una mano sudata.
Ci sono uova strapazzate che sembrano spugna, e affettati con un alone lucido che suggerisce un passato movimentato.
Mi siedo. Addento. E in quel momento sento dentro di me una voce antica che dice: “Non farlo.”
Ma io sono testarda, e quindi lo faccio.