Questa doveva essere la vacanza definitiva.
Quella da raccontare per anni con tono mistico, del tipo: “Sai, dopo il Cammino Inca ho cambiato prospettiva sulla vita”.
Niente resort, niente comfort, niente Wi-Fi. Solo noi, le Ande, la fatica e un’idea un po’ romantica di sofferenza consapevole.
Preparazione maniacale.
Liste, contro-liste, forum letti fino alle tre di notte. Scarpe già “rodate”, giacca impermeabile che “regge anche il diluvio universale”, farmaci di ogni tipo. Una guida online insisteva: portate contanti, più di quanto pensiate.
Io, diligente e vagamente paranoica, obbedisco. Cambio dollari, li divido in più tasche, alcuni nello zaino, alcuni addosso, alcuni nascosti come se stessi fuggendo da un regime autoritario.
Arriviamo in Perù carichi, emozionati, convinti di essere pronti.
I primi giorni sul Cammino Inca sono perfetti. Davvero perfetti. Cammini dentro cartoline viventi: montagne immense, sentieri antichi, rovine che spuntano dalla vegetazione come segreti mal custoditi. Il gruppo è affiatato, la guida carismatica, il mio compagno entusiasta come un bambino al parco giochi.
Io reggo bene. Un po’ di fiatone, certo, ma niente di drammatico. Mi sento forte. Adattata. Persino spirituale, in certi momenti. Penso: “Ecco, ce la sto facendo. Non sono una di quelle che mollano”.
La sera del terzo giorno, al campo dell’ultima notte, mangiamo tutti insieme. Il cuoco sorride, orgoglioso, e presenta il piatto come qualcosa di tipico, locale, autentico. Riso, verdure, una salsa dall’aria innocente.
Io mangio tutto. Faccio pure il bis, perché “con quello che camminiamo, ci serve energia”.
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