A ogni sosta, qualcuno chiede se ho bisogno di qualcosa. Acqua, sale, tempo. Io chiedo solo di andare piano. E loro vanno piano.
Ogni tanto compare una mano tesa. Ogni tanto un cavallo si avvicina troppo e mi guarda come se fossi un peso mal distribuito nell’universo.

Ed è qui che iniziano a sparire i contanti.

Non in un colpo solo.
Uno alla volta.
Come vite extra in un videogioco.

Un accompagnatore in più.
Un cambio di percorso.
Un altro cavallo.
Un altro aiuto.

Io apro la tasca, tiro fuori dollari stropicciati, li passo senza nemmeno contarli. Non c’è contrattazione, non c’è fastidio. C’è solo un pensiero molto chiaro: questi soldi stanno comprando il fatto che io arrivi viva giù.

A un certo punto mi rendo conto che non so più quanti ne ho. E per la prima volta non me ne importa niente.

Quando finalmente arriviamo a un punto sicuro, non provo sollievo. Provo solo stanchezza pura, animale. Mi siedo. Mi sdraio. Bevo qualcosa che sa vagamente di medicina. Qualcuno mi dice che è andata bene. Io annuisco, ma non sono ancora pronta a crederci.

Faccio i conti più tardi.
Zero dollari.
Letteralmente zero.

Ed è in quel momento, paradossalmente, che rido.
Rido perché quei soldi non potevano essere spesi meglio. Rido perché sono scesa. Rido perché sono intera. Rido perché il peggio è successo quando mancava un solo giorno alla fine.

Il resto del viaggio è una lenta risalita verso la normalità: riso in bianco, farmaci, bagni veri che sembrano miracoli tecnologici. Machu Picchu lo vedo comunque. Con uno sguardo diverso. Non mistico. Grato.

L’unica vera fortuna è che tutto questo è successo due giorni prima del rientro in Italia.
Abbastanza tardi da non distruggere tutto.
Abbastanza presto da non trasformare un volo intercontinentale in una guerra intestinale.