Partenza: Sicilia (notte fonda, caldo già criminale)
Arrivo: Roma
Scalo dell’anima: Bologna

Io lo so che suona strano dirlo in una rubrica che si chiama Viaggi da Incubo, ma per me il treno ha sempre avuto qualcosa di sacro.
Il treno non ti isola. Non ti sospende nel nulla sterile degli aeroporti dove potresti essere ovunque e in nessun posto allo stesso tempo.
Il treno ti butta dentro la vita degli altri senza chiederti il consenso.

Quella notte, però, forse avrei preferito un teletrasporto mal riuscito.

Io e la mia fidanzata stiamo tornando dalle vacanze in Sicilia, su un treno notturno diretto a Roma. Di quelli vecchi, con gli scompartimenti da sei, i sedili in finta pelle, l’odore indefinito di polvere, deodorante scadente e nostalgia ferroviaria.

Entriamo nello scompartimento già stanchi, già appiccicosi, già con quella sensazione di “ok, ora manca solo il colpo di grazia”.
Per un breve, illusorio momento siamo soli. Sistemiamo i bagagli, abbassiamo i sedili, pensiamo: male che vada dormiamo.

Illusi.

La porta scorrevole si apre.
Ed entra la famiglia.

Padre, madre, figlia ormai grande e lui, il bambino sui sette anni, maschio, chiaramente destinato a essere protetto dalla comunità ferroviaria internazionale. Dietro di loro arrivano le casse. Tante. Troppe. Scatoloni pieni di roba siciliana “da portare a casa”. Casa che, scopriremo dopo, è Bologna.

Capisco tutto, eh.
Capisco il cibo, la nostalgia, le radici.
Capisco meno il fatto che lo scompartimento diventi una dépendance agricola.

Le casse vengono infilate ovunque: sotto i sedili, tra i sedili, contro i sedili. A un certo punto una borsa compare sopra un posto a sedere come se fosse sempre stata lì.

Poi arriva il momento chiave.

Il bambino deve dormire.
Non su un posto.
Su due.

Viene letteralmente steso su due sedili come un faraone.
Noi restanti cinque — due coppie più la figlia grande — veniamo riorganizzati in tre posti totali. Nessuno protesta. Nessuno osa. Perché c’è una gerarchia chiara:
prima il picciriddu, poi il resto dell’umanità.