Io lo sapevo.
Lo sapevo già mentre facevo la valigia a Milano, piegando i vestiti con l’aria di chi sta per andare incontro a qualcosa che non gli somiglia. Io sono l’antitesi del villaggio turistico: odio gli orari fissi, le attività “pensate per te”, la socialità forzata, l’idea stessa che qualcuno decida quando devo divertirmi.
Eppure mi feci convincere.
“È Tropea.”
“Il mare è pazzesco.”
“Ti rilassi.”
Atterriamo in Calabria e già all’aeroporto capisco che la mia settimana prenderà una piega strana. Ci caricano su un pullman brandizzato come se fossimo merce fragile. Dopo due curve sale l’animatore, microfono acceso, entusiasmo acceso, sorriso inchiodato.
“Benvenutiiiiii!”
Urla. Applausi. Io guardo il finestrino sperando di potermi lanciare fuori prima del cancello.
Il villaggio appare all’improvviso: ordinato, colorato, perfettamente chiuso. Cancello, guardiola, braccialetto di plastica al polso. Quel clic quando lo stringono è il rumore ufficiale dell’inizio della mia detenzione.
Prima riunione informativa: ci spiegano quando mangiare.
Colazione dalle 7:30 alle 9:30.
Pranzo dalle 12:30 alle 14:00.
Cena dalle 19:30 alle 21:30.
Io che in vacanza vivo di biscotti mangiati a caso e cene alle 22:47, mi ritrovo a organizzare la giornata intorno ai pasti. E non pasti normali: tre volte al giorno seduta in una mensa rumorosa, circondata da famiglie in ciabatte che sembrano lì da mesi.
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