Paradossalmente è stata la mia esperienza di viaggio peggiore e migliore allo stesso tempo.
Una di quelle storie che oggi racconti ridendo, ma che all’epoca ti hanno fatto seriamente valutare se il tuo nome sarebbe finito su un cartone del latte.
Anno 2005.
Specificazione fondamentale: niente smartphone. Niente Google Maps, niente WhatsApp, niente “mando la posizione in tempo reale”. Se sparivi, sparivi davvero.
Quarto anno di liceo, vacanza studio in Montreal.
Della mia classe siamo in tre. Ci dicono: starete insieme, camera condivisa, famiglia ospitante. Perfetto.
Dopo un numero di ore di volo sufficiente a farti perdere il senso dell’identità, arriviamo davanti alla casa. Suoniamo. Apre il padrone di casa. Ci guarda. Ci riconta.
– “Ma… siete in tre.”
– “Sì.”
– “A me avevano detto due.”
– “Siamo comunque tre.”
– “Allora uno di voi stanotte non può stare qui.”
Silenzio.
Indovinate chi viene estratto a sorte dalla vita.
Ci sistemiamo nella stanza comune. I miei amici disfano la valigia, io no. Mi siedo su una sedia, vestito, pronto al peggio. Loro dormono beati. Io mi addormento seduto come un prigioniero in attesa del trasferimento.
A mezzanotte esatta il padrone di casa entra, mi scuote e mi dice che dobbiamo andare.
Saluto i miei amici con un elegante:
“Se mi fanno a pezzi, addio.”
Loro: “Ok, addio.”
E tornano a dormire.
In macchina mi spiega che dormirò in una casa vuota, ancora in costruzione, che forse l’anno dopo ospiterà altre persone.
È mezzanotte. Diluvia. Perfetto.
Arriviamo davanti a una casa che sembra uscita da un film horror a basso budget.
Mi apre, mi dice:
– “Vai al primo piano e cerca la stanza con il letto.”
Poi aggiunge, come nota rassicurante:
– “Domani mattina arriva mia moglie per la colazione. Ah… hai il cellulare? Perché stanotte sei da solo.”
Non rispondo. Deglutisco. Entro.
Casa buia. Odore di vernice. Vuoto totale.
Trovo un letto. Mi butto sopra.
Nonostante il terrore, mi addormento subito. Il corpo aveva deciso che era ora di spegnersi.
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