La mattina dopo
Mi sveglio con un mal di testa feroce, ma un pensiero confortante: sono vivo.
Scendo. La casa è ancora deserta.
Decido di uscire un attimo.
Mi chiudo fuori.
Pigiama. Chiavi dentro. Cellulare in camera.
Io, rannicchiato sull’uscio, con la dignità definitivamente persa.
Mi riaddormento.
Mi sveglia una mano sulla spalla.
Un poliziotto.
Gli spiego tutto.
Mi fa sedere dietro la sua auto. Se ne va.
Io penso: sono in arresto? È così che finisce?
Torna dopo due minuti con un caffè americano, un plumcake e una pastiglia per il mal di testa.
Mi dice che aspetta con me il padrone di casa.
Io cerco di capire se sono morto e questo è il paradiso.
La pastiglia fa effetto. Mi stiracchio.
Guardo la casa.
È… normale. Bella. Innocua.
Come se la notte avesse mentito.
Arriva la moglie del proprietario, vede il poliziotto, si spaventa, capisce la situazione…
E mi abbraccia.
Mi fa entrare, mi accomoda su una poltrona enorme, accende la TV e mi dice di aspettare.
Dalla cucina arrivano profumi che non sapevo esistessero.
La colazione è biblica: pancake, uova, bacon, frutta, muffin, succhi, caffè, tè.
Mi sento il Papa.
Poi mi accompagna dai miei amici.
Durante il tragitto ci fermiamo a bere un altro caffè al bar del figlio, che mi racconta storie del Canada.
Nota le targhe con scritto Je me souviens.
“I will remember.”
Mi regala una maglietta di Montreal.
Arrivo dai miei amici.
Li trovo rannicchiati nel letto, terrorizzati.
– “Cosa succede?”
– “Il bagno non funziona. La cucina non funziona. Sentiamo voci. Nel frigo c’è solo un succo verde e un hamburger che puzza.”
Telefono alla signora per chiedere se posso restare per sempre nella casa nuova.
Ride. Dice di no.