Secondo giorno: scopro che il problema non è il cibo. È quello che succede tra un pasto e l’altro.
Gli animatori sono ovunque. Ti intercettano. Ti salutano per nome. Ti fanno domande.
“Dai, vieni a fare acquagym!”
“No grazie.”
“Ma solo cinque minuti!”

Cinque minuti che diventano quaranta, con musica sparata e gente che si muove nell’acqua come se fosse sotto ipnosi. Io mi tengo al bordo piscina fingendo un crampo immaginario, mentre un animatore mi spruzza addosso acqua urlando “forzaaaa”.

Un pomeriggio provo a sottrarmi. Prendo un libro, mi metto all’ombra.
Errore.
Arriva la caccia al tesoro.
Mi chiedono di partecipare. Dico no.
Mi guardano come si guarda qualcuno che ha appena detto di non credere nel Natale.

La sera, lo spettacolo. Sempre. Ogni sera.
Musical improbabili.
Cabaret che non capisco.
Bambini sul palco. 
Applausi obbligatori.

Una volta mi sono accorta di stare battendo le mani senza sapere perché, solo per mimetizzarmi. Era quello il momento più inquietante: non stavo più resistendo, mi stavo adattando.

Intanto, fuori dal recinto, Tropea. Il mare blu irreale, le scogliere, il silenzio. Lo vedevo da lontano, come una libertà messa in vetrina.
Per uscire dovevi quasi giustificarti.
“Ma non resti per l’aperitivo animato?”
No. Voglio solo camminare senza che nessuno mi chieda se sono felice.

Il settimo giorno, quando riconsegno il braccialetto, provo una sensazione fisica di leggerezza. Sul pullman verso l’aeroporto nessuno parla. Niente musica. Niente urla.
Solo persone stanche, finalmente normali.

Rientro a Milano con una consapevolezza nuova e incrollabile:
non ero io fuori posto nel mondo.
Ero solo finita in un luogo dove il divertimento era obbligatorio, e io non sono fatta per obbedire.

Viaggio da incubo archiviato.
Tropea splendida.
Villaggio: mai più.