Alle tre di notte mi sveglio di colpo. Non con dolore. Con urgenza.
Una di quelle urgenze che non negoziano.
Il mio cervello dice: “Tranquilla”.
Il mio intestino risponde: “No”.
Il bagno è una tenda lontana, buia, fredda. La raggiungo barcollando. E lì capisco che quello che mi sta succedendo non è un malessere passeggero. È dissenteria piena, cattiva, senza pietà. Alta quota, zero comfort, zero dignità.
Torno in tenda che non sono più la stessa persona.
Riesco a dormire dieci minuti. Poi di nuovo. E ancora. E ancora. A un certo punto smetto di guardare l’orologio. Esisto solo tra una corsa e l’altra, cercando di non pensare a come affronterò il giorno dopo.
All’alba sono uno zombie.
La guida mi guarda.
Non con preoccupazione, non con compassione. Con quello sguardo neutro di chi ha già visto questa scena decine di volte e sa che non è una tragedia, ma una rogna logistica.
Dice solo:
“Così non puoi continuare.”
Il che, detto a 3.800 metri, senza un bagno vero nel raggio di chilometri, suona meno come un consiglio e più come una sentenza.
Nel giro di mezz’ora il campo si trasforma in una specie di centrale operativa improvvisata. Compaiono persone dal nulla, come nei videogiochi quando sblocchi una missione secondaria. Arrivano cavalli, arrivano uomini bassi e solidi con facce scavate dal vento, arrivano soluzioni che nessuno ti aveva spiegato nelle brochure.
Il mio compagno viene fatto salire a cavallo per scendere più velocemente. Lui prova a scherzarci sopra, ma ha quella faccia lì: quella di chi vorrebbe restare ma sa che, se non scende subito, finirà anche lui a piangere in una tenda-bagno.
Io resto lì, seduta su una pietra, con lo zaino che pesa il doppio e il corpo che ha deciso di boicottarmi dall’interno. Ogni movimento è una trattativa. Ogni passo una scommessa persa.
Comincia la discesa.
Il sentiero, che fino al giorno prima mi era sembrato “suggestivo”, ora è solo una sequenza infinita di gradini irregolari progettati evidentemente da qualcuno che odiava l’umanità. Le gambe tremano. La testa gira. Il problema principale, però, è un altro: non posso allontanarmi troppo da chi mi accompagna, perché il mio intestino ha preso il comando e non fornisce preavvisi.
A un certo punto mi fermo.
Mi fermo subito.
Lo dico con uno sguardo. Non serve spiegare.
Uno degli accompagnatori annuisce, mi fa cenno di seguire un sentierino laterale. Mi ritrovo accovacciata dietro un masso, in uno dei luoghi più spettacolari del pianeta, a vivere uno dei momenti meno dignitosi della mia vita. Davanti a me: una valle incredibile. Dentro di me: il caos.
Quando torno sul sentiero, nessuno fa commenti. Nessuno ride. Nessuno finge di non sapere. È tutto stranamente normale, come se stessi semplicemente facendo parte del ciclo naturale delle Ande.
Scendiamo ancora.
Lentamente.
Molto lentamente.
Ogni tanto mi sembra di stare meglio, poi faccio due passi e capisco che no, era un’illusione. Il mio corpo è leggero, troppo leggero. Come se stessi camminando senza di me.