Prenoto a gennaio, che è il mese in cui prendi decisioni importanti senza alcuna lucidità emotiva. Fuori piove da settimane, lavoro troppo, dormo male, e a un certo punto una pubblicità mi guarda negli occhi e mi dice: “Hai bisogno di rallentare.”
Io, ingenua, le credo.

Destinazione: Bali, Ubud, cuore spirituale dell’isola, resort nella giungla con piscina a sfioro, yoga all’alba, colazioni con frutta dai nomi impronunciabili e frasi tipo “disconnect to reconnect”.
Partenza: Milano Malpensa, volo intercontinentale con scalo, valigia preparata come se stessi andando a rinascere come persona migliore.

Il sito dice: fine stagione delle piogge.
Che è un po’ come dire “fine rapporto tossico”: tecnicamente sì, ma emotivamente no.

Il viaggio inizia male, ma in modo sottile.
Il volo accumula ritardo “per motivi tecnici”, che ormai è una categoria filosofica più che una spiegazione. Perdo lo scalo, lo recupero correndo come una disperata con lo zaino che mi sega una spalla. Arrivo a Denpasar dopo quindici ore di volo, tre pasti immangiabili e una dignità lasciata sopra l’Adriatico.

Appena atterro, l’aria mi avvolge come una coperta bagnata. Umidità al 300%, sudore istantaneo, capelli che rinunciano a vivere.
All’aeroporto nessuno sorride davvero. Ci sono famiglie sedute per terra, backpacker con lo sguardo vuoto, schermi che lampeggiano con avvisi meteo che nessuno traduce ma tutti temono.

Accendo il telefono.
Prima notifica: “Allerta meteo – piogge eccezionali, rischio frane e alluvioni.”
Seconda notifica: mail del resort, inviata due ore prima del mio atterraggio.
Oggetto: “Important update about your stay”.