Dentro c’è una poesia dell’orrore:
“A causa di eventi naturali straordinari, la struttura potrebbe subire limitazioni temporanee nei servizi.”
“Limitazioni” è una parola meravigliosa. Può voler dire tutto o niente. Nel mio caso, voleva dire chiuso.
Il transfer del resort non si presenta. Dopo un’ora di attesa compare un uomo con un impermeabile giallo talmente sottile da sembrare simbolico. Mi chiama per nome, come se fosse normale, e dice:
“Strade difficili. Ma proviamo.”
Partiamo.
Piove. Non quella pioggia romantica da foto Instagram. Piove come se il cielo stesse svuotando un magazzino. L’acqua scorre ai lati della strada come ruscelli improvvisati. Dopo quaranta minuti ci fermiamo davanti a qualcosa che dovrebbe essere una strada, ma ora è un fiume vero, con corrente.
L’uomo scende, guarda, fa un mezzo sorriso e dice:
“Alternative route.”
Io non chiedo quale fosse la route originale, perché ho paura della risposta.
L’alternativa è una strada sterrata in salita, senza illuminazione, con la giungla che ti guarda come a dire “sei sicura?”. A un certo punto un albero crolla di lato. Non davanti. Accanto. Così, per solidarietà.
Arriviamo al resort di notte. O meglio: arriviamo davanti al resort.
Perché il resort non esiste più nel concetto tradizionale del termine.
C’è un cancello chiuso, una luce spenta e un cartello scritto a mano:
“Struttura evacuata per sicurezza.”
Sotto, un numero che squilla a vuoto.
Chiamo Booking.
Booking mi dice che il resort ha dichiarato evento naturale.
Evento naturale = nessun rimborso.
La natura ha vinto. Io ho perso.
Trovo una guesthouse aperta perché “tanto peggio di così non può andare”.
Camera senza finestre, odore di muffa e un ventilatore che muove aria calda come un respiro affannato. La proprietaria mi guarda con pietà e dice: “Zona rossa. Meglio stare qui.”