Otto giorni al mare con gli amici. Otto.
Che già detta così suona come una promessa fatta dopo il terzo spritz: ambiziosa, ottimista e destinata a crollare.
La partenza è da Bologna, un venerdì mattina di luglio, con quell’aria da “questa volta sarà diverso” che si respira solo prima delle grandi tragedie collettive. La destinazione è Marina di Camerota, Cilento. Non perché qualcuno la desiderasse davvero, ma perché a un certo punto qualcuno aveva detto:
«Ragazzi, il Cilento è autentico».
Nessuno ha avuto il coraggio di chiedere cosa volesse dire.
La sera prima della partenza scopriamo che una macchina salta. Non per un guasto, non per un incidente, non per un problema serio. No. Perché uno di quelli che avrebbe dovuto guidare manda un messaggio secco, chirurgico, definitivo:
“Ragazzi, non posso venire. Ho dolore a un testicolo.”
Segue un silenzio denso. Un silenzio che pesa più del traffico sull’A14 ad agosto. Nessuno sa come reagire senza sembrare un mostro. Nessuno osa fare battute. Nessuno osa chiedere aggiornamenti clinici. Facciamo l’unica cosa possibile: ignoriamo il testicolo e ci riorganizziamo.
Risultato: una sola macchina, cinque persone, valigie incastrate come in un Tetris mal riuscito, zaini sulle ginocchia, borse frigo sotto i piedi e quell’odore indefinito di plastica calda e rassegnazione. Partiamo così, stipati e già stanchi, con otto ore di autostrada davanti e la certezza che qualcuno, entro le prime due, chiederà:
«Ma quanto manca?»
Lascia un commento