Parto da Milano, volo economico, scalo “furbo” a Mosca, arrivo a Tokyo riposato, felice, spiritualmente pronto.
La realtà, come sempre, mi guarda e ride.
La prima crepa si apre ancora prima dell’aeroporto. Il treno per Aeroporto di Milano Malpensa accumula novanta minuti di ritardo. Non un guasto, non un incidente. Novanta minuti così, regalati dal destino. Io passo dall’ottimismo alla contrattazione con l’universo, fino alla rassegnazione totale. Arrivo a Malpensa che corro come un fuggitivo, con lo zaino che mi sega le spalle e il sudore che mi scende negli occhi. Salgo sull’aereo senza sapere bene come, con quella sensazione da “ok, ora non può andare peggio”.
Può.
L’aereo esce dal gate, si allinea… e muore. Rimane parcheggiato in pista per due ore. Due. Ore. Ogni tanto il comandante parla di vaghi “motivi operativi”, parole vuote come la mia fiducia residua. Io fisso l’orologio. Ho due ore e mezza di coincidenza a Mosca. Inizio a fare calcoli degni di un matematico impazzito: se atterriamo, se corriamo, se il tempo si piega a mio favore.
Durante il volo il servizio è ridotto all’umiliazione minima: un bicchiere d’acqua. Uno. Il bar non esiste, il cibo è un concetto filosofico. Ed è lì che sento il primo segnale fisico della tragedia imminente: un prurito in gola, sottile, maligno. Il mio corpo mi avvisa che non solo soffrirò psicologicamente, ma anche fisicamente.
Atterriamo a Mosca con oltre un’ora di anticipo sulla coincidenza. Un miracolo. Un attimo di speranza. Poi l’annuncio che distrugge ogni cosa: il volo per il Giappone è già partito.
“Ma come?” chiediamo.
Silenzio.
Partito e basta. Come se il tempo fosse un’opinione.
Ci ammassano in un’area dell’aeroporto che sembra progettata per testare la resistenza umana. Sedie dure, aria stanca, nessuna informazione. Aspettiamo quattro ore, durante le quali il mio raffreddore prende forma definitiva. Non è più un’ipotesi: è una certezza. Quando finalmente qualcuno si degna di parlarci, la soluzione è questa: Seul. Poi da lì, arrangiatevi.
A Seul arrivo che sono un essere liminale. Ho la febbre, il naso completamente fuori controllo, la testa pesante. Inizio ad avere quelle visioni strane da stanchezza estrema, in cui tutto sembra irreale. Nel frattempo, tra noi passeggeri rimbalzati, nasce una strana solidarietà. Diventiamo una tribù di dispersi: una coppia che non si parla più, uno studente che ride istericamente, una signora convinta che i bagagli siano persi per sempre.
Passano altre cinque ore. Cinque. Finalmente scopriamo che forse c’è un volo per Tokyo. Forse. I bagagli? Nessuna certezza. “Vediamo cosa arriva”, dicono. Bellissimo.
Riparto. Ormai sono sveglio da oltre trenta ore. Non sento più le gambe, vivo di muco e ostinazione. Atterriamo a Tokyo verso le undici di sera. L’aeroporto è perfetto, silenzioso, ordinato. Io sono l’esatto opposto.
Alla dogana arriva il colpo finale. Mi fermano. Aprono lo zaino. Tirano fuori il mio orgoglio: un salamone artigianale, portato con amore, con amici giapponesi che mi avevano garantito fosse “assolutamente legale”.
Ovviamente no.
Carne. Vietata.
Me lo sequestrano come se stessi tentando di introdurre un’arma di distruzione di massa. Per un attimo penso davvero che mi rimandino indietro. Mi preparo mentalmente a vivere a Mosca.
Alla fine mi lasciano entrare. Senza salmone. Senza dignità. Raffreddato come un cane, con lo sguardo vuoto di chi ha attraversato mezzo mondo nel modo sbagliato.
Ma in mezzo a tutto questo disastro, ho fatto amicizie vere. Amicizie nate su sedie scomode, in code infinite, tra voli persi e disperazione condivisa.
E quando finalmente metto piede fuori dall’aeroporto, distrutto ma libero, capisco una cosa:
è stato uno dei viaggi peggiori della mia vita.
E proprio per questo, impossibile da dimenticare.
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