Parto da Milano, volo economico, scalo “furbo” a Mosca, arrivo a Tokyo riposato, felice, spiritualmente pronto.
La realtà, come sempre, mi guarda e ride.

La prima crepa si apre ancora prima dell’aeroporto. Il treno per Aeroporto di Milano Malpensa accumula novanta minuti di ritardo. Non un guasto, non un incidente. Novanta minuti così, regalati dal destino. Io passo dall’ottimismo alla contrattazione con l’universo, fino alla rassegnazione totale. Arrivo a Malpensa che corro come un fuggitivo, con lo zaino che mi sega le spalle e il sudore che mi scende negli occhi. Salgo sull’aereo senza sapere bene come, con quella sensazione da “ok, ora non può andare peggio”.

Può.

L’aereo esce dal gate, si allinea… e muore. Rimane parcheggiato in pista per due ore. Due. Ore. Ogni tanto il comandante parla di vaghi “motivi operativi”, parole vuote come la mia fiducia residua. Io fisso l’orologio. Ho due ore e mezza di coincidenza a Mosca. Inizio a fare calcoli degni di un matematico impazzito: se atterriamo, se corriamo, se il tempo si piega a mio favore.

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