Avevamo pianificato una settimana in agriturismo, ed eravamo anche convinti di aver trovato la soluzione perfetta: base tranquilla, macchina a disposizione, città e borghi nel raggio di una trentina di chilometri da esplorare di giorno e rientro serale tra pace, vino e grilli. Il classico piano ingenuo che precede una tragedia.

La tragedia inizia con l’ultimo tratto di strada: quindici minuti di minuscole stradine in salita, tornanti parabolici senza guard rail, curve assassine.

Capisco immediatamente che quella strada, di notte, equivale a un test di selezione naturale. Lo dico anche al mio ragazzo: “Ok, qui dopo il tramonto non si rientra più”. Lui annuisce. Entrambi fingiamo che sia una cosa risolvibile.

Arriviamo. Il posto è effettivamente bellissimo. Panorama mozzafiato, silenzio totale, aria pulita, quella pace da foto su Booking che ti fa sentire una persona equilibrata. Decidiamo di ignorare il dettaglio della strada. Ceniamo lì, piatti tipici, tramonto incredibile. Siamo rilassati. E proprio in quel momento il mio ragazzo pronuncia la frase proibita:
«Non potevamo trovare posto migliore».

È come se qualcuno, da qualche parte, avesse appena acceso un interruttore.

Finita la cena, scopriamo che la cucina chiude e tutto il personale se ne va. Letteralmente se ne va. Ci spiegano che c’è un’altra struttura, a una decina di chilometri, e che loro dormono là. Le luci vengono spente una a una. Restano solo quelle di emergenza. Gli ospiti siamo noi. Solo noi. Un agriturismo intero nel mezzo del nulla, completamente vuoto.

Ci chiudiamo in camera con la sensazione di essere rimasti per sbaglio in un luogo che non dovrebbe essere abitato di notte. Cerchiamo di dormire, ma dopo poco sentiamo un rumore. Non forte. Non improvviso. Ritmico. Regolare. Un toc toc toc insistente. All’inizio pensiamo al legno che si assesta. Poi capiamo che è troppo preciso.

Scopriamo uno scorpione che entra ed esce dal controsoffitto per mangiare i numerosissimi insetti sul muro. Nel farlo sbatte le chele sul legno, con una costanza che definirei psicologicamente devastante. Non scappa. Non si nasconde. Fa la sua vita. Googliamo se è velenoso. Internet decide di non prendere posizione. Restiamo tutta la notte svegli, a fissarlo, in silenzio, come se muoversi potesse renderlo più interessato a noi.