La mattina dopo chiediamo di cambiare stanza. La ragazza alla reception ci guarda come si guarda qualcuno che ha appena ammesso di non amare i cuccioli. Ci fa capire, con un sorriso sottile, che siamo un po’ ridicoli. Però ci sposta in una stanza senza controsoffitto. Problema risolto, secondo lei.
Sembra andare meglio, finché non chiedo acqua e limone a colazione. Vengo schernita anche per quello. Ancora oggi non so perché.
La sera torniamo – rigorosamente prima del tramonto, perché vogliamo vivere – e cerchiamo di passare il tempo. Scopriamo però che nella nuova camera il caldo è qualcosa di innaturale. Non c’è ventilatore. Le finestre non si possono aprire perché le zanzariere, più che protezioni, sono ormai ecosistemi autonomi. Piene di falene enormi, immobili, appiccicate come se ci stessero osservando.
Dormire è impossibile. Il caldo è soffocante. L’aria non circola. Sudi anche solo respirando.
La mattina dopo partiamo comunque tranquilli, finché il mio ragazzo mi fa notare che ho strani puntini rossi su tutta la schiena. Non uno o due. Una costellazione. Andiamo in farmacia e scopriamo con un entusiasmo che non proverò mai più che si tratta di morsi di cimici del letto.
Da lì in poi la giornata è un collage di umiliazione fisica: guardia medica, vaccino per le punture, io stesa in macchina sotto quaranta gradi perché il vaccino mi ha completamente stesa. Vorremmo andarcene subito, ma non troviamo alberghi disponibili per quella sera. Nessuno. Siamo condannati a un’ultima notte.
Tornati in struttura, scopriamo che ora le camere sono tutte occupate. Non possono spostarci. Nella stanza accanto a noi c’è una coppia con un cane che abbaia tutta la notte. Sbattiamo lenzuola, stendiamo asciugamani sul letto, cerchiamo di convincerci che sia solo suggestione. Ma io sento pizzicare. Ovunque. Forse è la paranoia. Forse no.