Durante il volo il servizio è ridotto all’umiliazione minima: un bicchiere d’acqua. Uno. Il bar non esiste, il cibo è un concetto filosofico. Ed è lì che sento il primo segnale fisico della tragedia imminente: un prurito in gola, sottile, maligno. Il mio corpo mi avvisa che non solo soffrirò psicologicamente, ma anche fisicamente.
Atterriamo a Mosca con oltre un’ora di anticipo sulla coincidenza. Un miracolo. Un attimo di speranza. Poi l’annuncio che distrugge ogni cosa: il volo per il Giappone è già partito.
“Ma come?” chiediamo.
Silenzio.
Partito e basta. Come se il tempo fosse un’opinione.
Ci ammassano in un’area dell’aeroporto che sembra progettata per testare la resistenza umana. Sedie dure, aria stanca, nessuna informazione. Aspettiamo quattro ore, durante le quali il mio raffreddore prende forma definitiva. Non è più un’ipotesi: è una certezza. Quando finalmente qualcuno si degna di parlarci, la soluzione è questa: Seul. Poi da lì, arrangiatevi.
A Seul arrivo che sono un essere liminale. Ho la febbre, il naso completamente fuori controllo, la testa pesante. Inizio ad avere quelle visioni strane da stanchezza estrema, in cui tutto sembra irreale. Nel frattempo, tra noi passeggeri rimbalzati, nasce una strana solidarietà. Diventiamo una tribù di dispersi: una coppia che non si parla più, uno studente che ride istericamente, una signora convinta che i bagagli siano persi per sempre.
Passano altre cinque ore. Cinque. Finalmente scopriamo che forse c’è un volo per Tokyo. Forse. I bagagli? Nessuna certezza. “Vediamo cosa arriva”, dicono. Bellissimo.
Riparto. Ormai sono sveglio da oltre trenta ore. Non sento più le gambe, vivo di muco e ostinazione. Atterriamo a Tokyo verso le undici di sera. L’aeroporto è perfetto, silenzioso, ordinato. Io sono l’esatto opposto.