Arriviamo a Marina di Camerota nel tardo pomeriggio. La casa, presa “a un prezzo incredibile”, sembra carina solo se guardata da lontano e al buio. Appena entriamo inizia il vero sport nazionale: nessuno sa chi ha le chiavi giuste, chi deve pagare chi, chi ha anticipato cosa, chi ha prenotato davvero e chi “pensava se ne occupasse un altro”.

La prima sera qualcuno propone di cucinare “una cosa veloce”. È sempre così che iniziano gli incendi. In pochi minuti la cucina prende fuoco con una naturalezza che fa pensare fosse il suo destino. L’estintore viene usato a caso, più per panico che per competenza, e qualcuno, nel dubbio, chiama l’ambulanza. Non si sa bene per chi, ma arriva.

L’ambulanza arriva. Le fiamme no. Restano però l’odore di bruciato, la cucina inutilizzabile e una vergogna collettiva difficile da smaltire anche con il mare davanti.

Dal secondo giorno in poi tutto è una lenta deriva. Nessuno prende decisioni, nessuno è davvero rilassato, tutti sono leggermente irritati. Il mare è bello, sì, ma lo guardi come si guarda un quadro appeso storto mentre la casa crolla. Ogni minima cosa diventa motivo di tensione: chi dorme troppo, chi russa, chi non lava i piatti “perché non sono i suoi”, chi mette la musica sbagliata al momento sbagliato.

Io a quel punto sono un fascio di nervi. Così una sera decido di fare la cosa più rivoluzionaria possibile: restare a casa da sola mentre gli altri escono. Silenzio. Doccia lunga. Pace. Nessun compromesso umano.

Errore madornale.

Uno del gruppo decide di restare anche lui. Non per stanchezza. Non per compagnia. Ma perché, evidentemente, ha interpretato il mio “resto a casa” come un segnale cosmico di apertura sentimentale. Segue una trattativa surreale, fatta di avances goffe, fraintendimenti degni di un cortometraggio imbarazzante e una mia resistenza che definire ostinata è riduttivo. Ad ogni modo, non succede niente. Ma io perdo definitivamente la speranza nell’umanità e anche una fetta importante della vacanza.

Quando gli altri tornano, ubriachi e felici, convinti di aver “staccato”, io ho staccato solo un nervo. E da lì in poi è solo sopravvivenza: giorni di mare bellissimo vissuto male, cene silenziose, battute fuori luogo, e il desiderio costante di essere ovunque tranne che lì.

Alla fine torniamo a Bologna stanchi, scottati, più poveri e con una storia che nessuno aveva chiesto ma che racconteremo per anni.
Con una verità chiara: certe vacanze non servono a rilassarsi, ma a capire con chi non partire mai più.

E soprattutto: che quando qualcuno annulla per un testicolo, forse sta già cercando di salvarvi.