Resto bloccata quattro giorni.
Quattro giorni in cui:
– piove senza pause, senza ritmo, senza senso
– la corrente va via sempre quando stai caricando il telefono
– il Wi-Fi funziona solo se ti siedi in un punto preciso, immobile, come in un rituale
– il cibo arriva quando arriva, sempre fritto, sempre uguale
Il mio resort zen?
Isolato da una frana.
La spa? Allagata.
Lo yoga all’alba? L’unica posizione praticabile è feto disperato sul letto.
Provo a rientrare.
L’aeroporto è operativo “a intermittenza”, che significa: nessuno sa niente, ma tutti fanno finta di sì. Dormo su una panchina, vestita di umido e stanchezza, circondata da gente che ha prenotato il paradiso e si è ritrovata in un documentario di sopravvivenza.
Riparto dopo 36 ore di attesa.
Rientro a Milano con la pelle grigia, i capelli distrutti e una nuova consapevolezza: il paradiso esiste, ma va controllato come un cantiere.
Una settimana dopo ricevo una mail dal resort:
“Speriamo di rivederla presto.”
No.
La prossima volta vado al mare a due ore da casa.
Almeno lì, quando diluvia, posso tornare indietro.