Sono partita da Roma Fiumicino con un’ingenuità che oggi considero un peccato capitale.
Volo notturno per Manila, scalo tecnico a Doha.
“Tecnico”, mi avevano detto.
Una parola che, col senno di poi, equivale a “ti rovineremo la vita con gentilezza”.
All’imbarco a Roma tutto sembra normale. Gente stanca, gente che già dorme in piedi, gente che ha messo il pigiama “tanto è notturno”. Io ho fatto la furba: scarpe comode, felpa, cuscino da collo.
Spoiler: il cuscino da collo non serve a niente quando perdi la dignità.
Il primo volo fila liscio. Atterriamo a Doha alle 3:47 del mattino.
L’aereo si ferma. Le luci restano accese. Nessuno scende.
Passano dieci minuti.
Venti.
Trenta.
Finalmente una hostess annuncia:
«Potete scendere e attendere al gate. Si riparte a breve.»
“Breve” è un concetto elastico.
Il gate è una sala d’attesa glaciale, illuminata come una sala operatoria. Ci sediamo tutti in silenzio, ancora convinti che sia una pausa normale. Dopo un’ora iniziano i primi segnali di cedimento:
– un bambino piange in loop
– un uomo discute con una colonnina per ricaricare il telefono
– una coppia litiga sottovoce su chi ha perso il passaporto (spoiler: lo ritroveranno nella tasca sbagliata)
Dopo tre ore, senza annunci, compare un impiegato dell’aeroporto. Ci guarda come si guarda un gruppo di persone già morte dentro e dice:
«Il volo per Manila è cancellato per problemi operativi.»
Problemi operativi.
Nessuno sa cosa siano, ma tutti li odiano.
Inizia il pellegrinaggio agli sportelli. File che non portano a nulla. Impiegati che parlano inglese con accento filosofico, nel senso che non capisci se ti stanno aiutando o recitando un koan zen.
Alla fine mi riassegnano a un volo per Cebu, nelle Filippine.
“Da lì poi si arrangia”, sottotesto chiarissimo.
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