Riparto. Arrivo a Cebu dopo 26 ore di viaggio totale.
Senza bagagli.

Allo sportello smarrimenti mi dicono che la mia valigia è “in transito”.
Chiedo: “Transito dove?”
Risposta: “Somewhere in Asia.”
Concetto molto ampio.

Cerco un volo interno per Manila.
C’è. Il giorno dopo. Forse.
Nel frattempo mi danno un voucher per un hotel “vicino all’aeroporto”.

Nearby, sì.
Visivamente.
Perché per arrivarci serve un taxi che fa un giro mistico di dodici chilometri, attraversando mercati notturni, cantieri eterni, strade senza marciapiede e incroci dove il codice della strada è solo un suggerimento.

L’hotel sembra uscito da un sogno febbrile.
La reception è vuota. Suono il campanello. Arriva un uomo scalzo che mi guarda come se fossi un’apparizione.
La stanza ha:
– un letto troppo corto
– un condizionatore che fa solo “tornado”
– un bagno con doccia elettrica che ti costringe a scegliere se congelarti o cuocerti a vapore

Alle due di notte iniziano i rumori.
Passi nel corridoio.
Carrelli.
Porte che si aprono e chiudono.

Bussano.
Apro: nessuno.
Torno a letto. Bussano di nuovo.

Apro: una donna delle pulizie, con il carrello, mi guarda sorridendo e dice:
«Wrong room.»
Ore due.
Di notte.
Con un carrello.

Dormo mezz’ora. Forse.