Io mi ero fatta un film: sei giorni bellissimi in Ecuador, una cenetta d’addio a Cuenca, un bus notturno fino a Piura… e la mattina seguente sarei stata in Perù a bere un succo di maracujá guardando i murales colorati.
Mi vedevo già lì, fresca, riposata, con la sicurezza di chi ha prenotato tutto in anticipo e pensa che il mondo funzioni.
Be’, ecco: il mondo NON funziona.
Soprattutto alla frontiera di Huaquillas, dove credo di aver lasciato almeno tre anni di vita e una parte della mia salute mentale.
Ore 21:00 – Cuenca
Salgo sul bus, un cassone sgangherato che pubblicizzava “rivestimento in pelle” (era similpelle appiccicosa) e “aria condizionata regolabile” (traduzione: ibernazione immediata a -80°C).
Accanto a me, un signore dorme già, con la bocca aperta come un forno spento.
Sopra di noi, un neon tremolante che dava alla scena un’aria da obitorio.
Partiamo.
Io provo a dormire.
Non ci riesco perché l’autista ascolta bachata come se stesse tentando di risvegliare i morti.
Ore 2:40 – Frontiera di Huaquillas
“Scendete tutti, pasaporte, rápido rápido.”
Fuori è notte fonda. Umidità al 150%.
La stazione fronteriza sembra una scuola media abbandonata negli anni ’90: pareti scrostate, luci al neon che sfarfallano, gente ammassata ovunque.
Mi metto in fila.
Davanti a me, una famiglia con sei bambini, tutti applicati a succhiare dei ghiaccioli fluorescenti di origine sconosciuta.
Dietro di me, un turista francese che ripete:
«C’est normal… je crois… non?»
No, amico mio.
Non è normale.
Ore 3:20 – Primo colpo basso
Finalmente arrivo allo sportello e consegno il passaporto.
L’agente lo guarda come se fosse un sudoku difficile.
«No está en el sistema.»
Io: «Come, scusi?»
Lui: «No está. No aparece.»
Io: «Ma… sono viva. Sono qui.»
Lui: «Il sistema dice di no.»
Ripeto la fila da capo.
Il sistema, a un certo punto, decide generosamente di riconoscere la mia esistenza.
Esco dall’Ecuador.
Ora basta attraversare il ponte e rientrare in Perù.
E dove sarà il bus?
Ore 4:10 – Il bus fantasma
Il bus è sparito.
Letteralmente.
Come se fosse stato risucchiato dalla foresta amazzonica.
Siamo una ventina di persone ferme in un parcheggio deserto, con un signore che vende empanadas tiepide da un secchio di plastica che definire “dubbio” è un complimento.
L’autista ricompare alle 5:00 come niente fosse:
«Vámonos.»
Vorrei ucciderlo?
Sì.
Salgo comunque?
Anche.
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