Ore 5:20 – Immigrazione peruviana
Ci dicono:
«Dieci minuti e ripartiamo.»
Con il senno di poi, avrei dovuto capire che “dieci minuti” in questo contesto equivale a “forse oggi, forse mai”.
La fila è un esperimento sociale:
– gente che dorme in piedi
– una signora che tenta ripetutamente di superare tutti fingendo un malore a intermittenza
– un bambino che mi guarda fisso, poi starnutisce addosso al mio passaporto
Il francese dietro di me è ormai in trance:
«C’est… un enfer…»
Ore 7:10 – L’agonia continua
Non si muove nulla.
Ogni venti minuti arriva uno che dice:
«Ci vuole pazienza.»
Pazienza un cazzo, scusate.
Il bus è di nuovo sparito.
Il sole è spietato.
Il mio zaino pesa come un sacco di cemento emotivo.
Ore 9:30 – Il secondo timbro della discordia
Finalmente arrivo allo sportello peruviano.
L’agente guarda il mio passaporto, poi mi guarda come se gli avessi portato un tostapane da riparare.
«Manca un documento.»
Io, con la voce roca da orfana di sonno:
«Quale?»
Lui: «Non lo so. Ma manca.»
Per 30 minuti parlo, insisto, sbattezza contro il muro della burocrazia sudamericana.
Alla fine, con un’alzata di spalle, decide che posso entrare.
Mi timbra.
Mi dà il passaporto con l’aria di chi fa beneficenza.