Lo ammetto: quando ho detto “Andiamo a Tijuana, dai, sarà divertente”, mi meritavo che qualcuno mi lanciasse un cactus in faccia.
Perché una persona con un minimo di lucidità mentale non decide di attraversare il confine dal California verso il Messico di sera, dopo quattro margarita e mezzo e l’idea illuminata di “vedere la vita notturna locale”.
Ma io no.
Io ho convinto tutti.
“Raga tranquilli, ci facciamo un giro, beviamo due cose, torniamo presto.”
Già qui avrei dovuto capire che stavo invocando la disgrazia.
Appena arriviamo, Tijuana ci accoglie con luci al neon, musica che rimbomba dai bar e un’energia strana, quasi elettrica.
Io mi sentivo invincibile.
Il classico errore.
Perché a un certo punto, nella confusione generale, succede LA cosa.
Non chiedetemi cosa esattamente, perché non ho memoria chiara dei trenta secondi che cambiano l’intero viaggio — so solo che si sente un urlo, un bicchiere vola, qualcuno ci spinge, una guardia ci punta la torcia in faccia e, in tre secondi netti, siamo trattati come se avessimo rubato la Madonna di Guadalupe.
“Documentos!”
“Hands where I can see them!”
Io ero talmente nel panico che ho alzato anche i piedi per sicurezza.
Fatto sta che io e il mio amico Luca veniamo separati dal gruppo e… caricati su una camionetta.
Senza troppe spiegazioni.
Io urlavo: “But I didn’t do anything!”
La guardia, impassibile, risponde: “Everyone says that.”
Mi porto ancora addosso il trauma.
Ci ritroviamo in una stanzetta che chiamarla cella è un complimento.
Una luce al neon tremolante, un odore di umidità e sconforto, un gabinetto che definire “simbolico” è un atto di cortesia diplomatica.
Lascia un commento