Sono andata in Tunisia con il mio ex, che già di per sé era un viaggio da incubo ancor prima di chiudere la porta di casa. Un uomo talmente inutile che, se mi fossi portata dietro una sagoma di cartone presa alla Coop, avrei avuto più compagnia, più entusiasmo e probabilmente anche più capacità di gestire un portafoglio. Ma tant’è, ero giovane e ottimista: due condizioni che il mondo non ha mai esitato a punire.

La Tunisia mi accoglie subito con una delicatezza straordinaria. Al mercato di Sfax, un vecchio misogino mi porge il suo personale “benvenuta” con una spinta e una filastrocca di insulti in arabo. Non ho capito esattamente cosa dicesse, ma il tono generale era “ti odio profondamente e forse anche culturalmente”. Il mio ex? Immobile. Non un “hey”, non un “stai bene?”, niente. Mi limito a dire che un lampione avrebbe reagito di più.

Proseguiamo per Sousse, dove i venditori del souk mi trattano come un portafoglio ambulante mentre lui, fedele alla sua natura di cartonato, non suscita interesse manco da parte dei borseggiatori. E infatti indovina a chi rubano il portafoglio? A lui, ovviamente. Perché lo tiene nella tasca posteriore dei pantaloni, proprio come tutte le guide turistiche dicono di NON fare. Dentro ci sono quasi tutti i contanti rimasti. Un genio, un luminare, un faro nella notte dell’incoscienza.

Io urlo “Arrêtez le voleur!” come se fossi in un film d’azione francese. Risultato: zero. La gente non si gira, i borseggiatori continuano il loro lavoro, e io capisco che anche stavolta avrei fatto meglio a viaggiare da sola.

Andiamo a denunciare tutto alla stazione di polizia. I poliziotti mi ascoltano in francese, redigono un verbale in arabo e fanno firmare tutto al mio ex. Io non so cosa abbia firmato quel poveraccio: poteva essere una denuncia, un mutuo o la cessione della sua anima. Lui firma e basta, con la stessa attenzione con cui uno firma un pacco Amazon per il vicino.

Il verbale serviva per il rimborso. Tornati in Italia scopriamo l’epico ammontare: cinque euro. Cinque. Il valore del portafoglio senza contanti, meno la franchigia dell’assicurazione. A quel punto ho capito perché preferisco viaggiare da sola: almeno se faccio un disastro, il disastro è mio.

Poi arriva Kairouan, la città sacra. Io sono già al limite della mia resistenza nervosa.