Io non sapevo ancora cosa fosse un lamentatore cronico.
Pensavo fosse una leggenda metropolitana, come il viaggiatore zen che fa l’Interrail con uno zaino grande quanto un portafoglio o la coppia che torna ancora innamorata da un weekend a Parigi. Poi ho fatto quattro giorni a Malta con lui. Da quel momento, so che il lamentatore cronico non solo esiste, ma può anche distruggerti la psiche in meno di 48 ore.

Il dramma parte già all’aeroporto di Venezia. Sono le sette del mattino, io sto addentando una brioche, lui ha già trovato tre motivi per soffrire: fa troppo caldo, fa troppo freddo, e la signora accanto a noi “respira con troppa convinzione”. Al gate scopre che il volo è in orario, e invece di essere contento parte con la premonizione: «Se è in orario, ci metteranno vicino alle ali. Le ali fanno rumore. Io non dormo col rumore.»
È un volo di due ore, ma evidentemente non era questo il punto.

Arriviamo a Malta, un caldo piacevole ci investe. Io penso “estate!”, lui invece sussurra un «Sono stato tradito dal meteo. Diceva 28°, qui ce ne sono 29. Ventinove! È un abuso.»
In hotel succede la tragedia dell’aria condizionata che impiega dieci secondi ad avviarsi: «Scriveranno: turista italiano stroncato da ventola pigra.»
Forse sì, ma non sarei stata io.

La mattina dopo ho organizzato la gita in barca al Blue Lagoon. Acqua da cartolina, cielo perfetto, mare immobile. Lui guarda tutto questo e commenta: «Troppo blu. Mi inquieta.»