Quando tutti iniziano a tuffarsi, lui resta seduto: «Se entro, prendo il raffreddore tropicale.»
Il raffreddore tropicale.
Nel frattempo, un altro passeggero gli fa notare che forse sta esagerando. Lui replica, offeso: «Mi scusi se sono sensibile. Non tutti vivono bene la vita.»
E io, in quel momento, ho capito che non sarebbe migliorato.

Ma il vero apice si raggiunge al ritorno, ai controlli in aeroporto. Gli chiedono di togliersi le scarpe. Una normalissima procedura. Lui invece, solenne come un cardinale, dice: «Non posso. Ho una caviglia emotivamente instabile.»
La guardia lo fissa come se stesse parlando aramaico.
«La mia caviglia risente delle vibrazioni dell’ambiente» insiste.
Risultato: perquisizione approfondita.
Lui, durante il controllo, inizia anche a lamentarsi dell’umidità dell’aria: «Non posso respirare così! È un abuso climatico!»
Io avrei voluto fingere di non conoscerlo e mettermi in fila con i passeggeri diretti a Helsinki.

Sul volo di ritorno gli prendo un panino, pensando di farlo tacere. Lo apre, lo guarda e mormora cupo: «È troppo morbido.»
Non sapevo più se ridere, piangere o lanciarmi fuori dall’aereo.

A casa ho bloccato tutto: lui, il suo numero, il suo Instagram, e la categoria umana “sono molto sensibile, te lo dico subito”.
E ora, ogni volta che prenoto un viaggio, la mia prima domanda non è più “vista mare o vista città?”, ma:
«Ci saranno lamentatori cronici?»

Se la risposta è anche solo “forse”, resto sul divano.
Almeno lì nessuno si lamenta dell’umidità dell’aria.