Si presenta un tizio gentile e sorridente, che ovviamente si rivela essere un truffatore ansioso di perderci nella medina per poi “aiutarci” a ritrovare la strada. È un classico. Solo che io decido che basta: mi fermo, tiro fuori il miglior francese della mia carriera scolastica e gli dico tutto quello che mi passa per la testa, con un’intensità vocale che avrebbe svegliato i santi della moschea.

Lui rimane senza parole. Credo che non fosse abituato a essere insultato con tale eleganza fonetica. Tanto che, commosso o traumatizzato, decide di riportarci davvero fuori dalla medina e chiede giusto qualche spiccio in cambio. È risultato essere l’uomo più onesto di tutto il viaggio.

Nel mio portafoglio restano soldi a sufficienza per una cena triste e una carta Visa che — colpo di scena — gli ATM tunisini non accettano. Tre tentativi falliti più tardi, intervengono i poliziotti che ci danno un passaggio verso l’hotel su una volante così scassata che credo fosse tenuta insieme da volontà divina e fascette da elettricista. Sedili sfondati, sirena che partiva da sola, portiere che facevano rumore di navi che affondano. Un’esperienza spirituale.

Una volta arrivati, sorge il problema: come pagare la colazione, il taxi per l’aeroporto, la vita? Passiamo per altre banche, tutte con ATM ostili alla mia Visa. Alla terza finalmente un impiegato si impietosisce e mi fa un prelievo manuale con carta copiativa. Io non vedevo una carta copiativa dai tempi dell’asilo. Lui mi dice: «Eh, sa, le linee qui non funzionano benissimo.» Non me ne ero accorta, davvero.

Uscita dalla banca, stringo quei contanti come se avessi appena vinto una causa milionaria. Il mio ex accanto, ancora muto, ancora fermo, ancora… di cartone.

E lì ho capito tutto: la Tunisia è bellissima, ma quella volta l’avrei apprezzata mille volte di più se fossi stata da sola. O, sinceramente, persino accompagnata da un cactus.

Perché in quel viaggio l’unica cosa che avrei davvero lasciato indietro — oltre al buon senso — era lui.