Luca, pallido:
«Pensi che ci lascino qui tutta la notte?»
Io, nel panico totale:
«Io penso che qui ci moriamo.»

Nel frattempo, i nostri amici tornano avanti e indietro dal confine cercando qualcuno che parli inglese, italiano, o almeno un dialetto compatibile. Racimolano soldi, spiegano male, si disperano.
Noi invece aspettiamo.
E più aspettiamo, più la paura prende forma, si siede accanto a te e ti guarda negli occhi:
e se non ci fanno uscire?

A un certo punto entra un agente, dice qualcosa in spagnolo a raffica, indica noi, poi la porta.
Io non capisco nulla, ma mi alzo come un soldato.
Ero pronta a tutto: a una multa, a una predica, a un rimpatrio coatto, a diventare mascotte del commissariato. Qualsiasi cosa pur di uscire da quella stanza.

Invece ci fanno firmare dei fogli — credo potrei aver consegnato legalmente un rene, non ne sono sicura — e poi…
ci lasciano andare.

Fuori troviamo i nostri amici con la faccia devastata, sudati, mezzi in lacrime.
«Raga, vi giuro che non so neanche cosa sia successo» dico io.
Loro neanche vogliono saperlo: vogliono solo prendere l’auto e tornare DALL’ALTRA PARTE DEL CONFINE, nella civilissima California dove l’unica cosa che rischiavi era una multa per sosta vietata.

Attraversiamo il confine in silenzio, come veterani di guerra.
Arrivati in hotel ci guardiamo tutti, pallidi, stremati, con lo stesso pensiero in testa:

Questo viaggio non lo racconteremo mai a nessuno.

E invece eccoci qui.

La morale?
Mai più Tijuana di notte.
Mai più “Due margarita e poi torniamo”.
E soprattutto: mai più un viaggio in cui sono io quella che dice “Tranquilli, ci penso io.”