Sono una creatura da mare.
Lo dice il mio segno zodiacale, la mia indole, e soprattutto la mia valigia estiva, che da giugno a settembre vive già pronta accanto alla porta: costumi, parei, spray salini, protezioni solari che vanno dallo SPF 50 al livello “riflettore della NASA in missione lunare”.
Eppure quest’anno, per amore, ho fatto una cosa che nessuno avrebbe creduto possibile.
Ho accettato la montagna.
Il mio fidanzato me l’aveva venduta così:
«Una volta nella vita, ti prego. Niente sabbia, niente ombrelloni, niente bimbi che giocano a racchettoni a tre centimetri dal tuo cranio. Ti porto io. Relax, natura, silenzio.»
Silenzio lo è stato, sì.
Soprattutto quando ho scoperto che “chalet rustico con panorama mozzafiato” significava una casetta senza riscaldamento, senza tende, senza segnale, ma con un gallo che cantava ogni mattina alle 4:55 come se dovesse aprire il TG1.
Il primo impatto è stato già educativo: in montagna l’aria è “frizzante”, mi avevano detto.
Frizzante è un modo carino per dire che appena scendi dalla macchina i tuoi capezzoli diventano armi contundenti.
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