GIORNO 3 – L’APOCALISSE METEOROLOGICA

La mattina si sveglia con un rumore identico a quello di un getto d’aereo.
Piove.
Anzi: precipita acqua dal cielo come se qualcuno avesse aperto la doccia universale.

In montagna, “pioggia” non è come a Milano.
Non è romantica, non è atmosferica.
È un dispetto divino.

Così restiamo chiusi nello chalet.
Niente Wi-Fi, niente TV, niente libri (sì, me li ero scordati), solo un mazzo di carte sbeccato.

Dopo tre ore, lui ride come un bimbo.
Io sogno di evadere con una fune fatta di calzini.

Dopo sei ore, mi appisolo per fuga psicologica.
Mi sveglio e trovo lui accovacciato vicino al camino, orgoglioso come Prometeo.

«Amore, ho acceso il fuoco!»

Lo ha acceso, sì.
Peccato che il camino non tirasse.
L’unico risultato è stato fumo ovunque, chalet trasformato in affumicatoio valdostano, e la mia felpa che ancora oggi puzza come una bancarella della Sagra della Capra.


IL RITORNO – IL MOMENTO DELLA VERITÀ

Nel viaggio verso casa parliamo poco.
Io ho i quadricipiti che vibrano come un vecchio Nokia.
Lui ha negli occhi la scintilla del montanaro convertito.

A un certo punto rompe il ghiaccio:
«Dai, ammettilo. Ti sei disintossicata.»

Io sorrido.
Perché ha ragione.

Mi sono disintossicata, sì.
Dal romanticismo.

La prossima volta che mi propone la montagna, gli mostro una foto del mare di Stromboli e un messaggio molto chiaro:

“Ci vediamo qui.
Io, un mojito, un’amaca, e nessun animale che bela.
Oppure vado da sola.”