Io e Samuele, vent’anni appena compiuti, avevamo un piano:
Milano – Berlino in bus, perché “così vediamo l’Europa vera, quella romantica, quella dei viaggiatori avventurosi”.
Lui studia fotografia, io lingue. Entrambi squattrinati.
La combo perfetta per prendere decisioni stupide con l’orgoglio di chi pensa di avere tutto il mondo in tasca.
L’andata: perfetta.
Pullman pulito, gente tranquilla, podcast, panini, tutto liscio.
Arriviamo a Berlino pieni di entusiasmo e con la certezza che il ritorno sarebbe stato identico.
E invece.
Il ritorno: l’inizio dell’Apocalisse
Partiamo alle 20:00. Io già pronto a dormire con la felpa arrotolata a cuscino.
Alle 02:15 vengo svegliato dal rumore più inquietante che esista: il nulla.
Il pullman si ferma. Buio fuori.
La neve sta scendendo come se qualcuno avesse lasciato il ventilatore acceso direttamente dentro le nuvole.
L’autista armeggia con la radio, poi dice la frase che farà crollare psicologicamente metà del bus:
“Signori… l’autostrada è chiusa. Siamo bloccati.
Forse ripartiamo tra qualche ora.
Forse domattina.”
Forse.
Nessuna frase iniziata con “forse” ha mai portato qualcosa di buono.
Ci lasciano scendere in una stazione di servizio sperduta tra Basilea e Friburgo, completamente chiusa.
Zero sedie. Zero tavoli. Solo neon tremolanti e un distributore automatico morto come i miei sogni Erasmus.
La temperatura: -7°, percepita “Tradimento dell’amicizia”.
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