La telefonata della vergogna
Samuele, bianco come la neve intorno a noi, guarda il telefono e dice:
“Mi tocca chiamare mia madre.”
Io annuisco, l’unico supporto emotivo che posso offrirgli.
Entra nel bagno ghiacciato, attiva il viva voce e con voce rotta dice:
“Mamma… puoi mandarmi qualche euro?
Siamo bloccati nella Foresta Nera.
Non abbiamo niente da mangiare.”
Pausa.
Poi la madre risponde con il tono di chi non è sicura se ridere, piangere o disconoscere suo figlio:
“Ti mando 100 euro… così almeno vi scaldate.”
Il bonifico arriva. Li benediciamo come se fossero il piano Marshall.
La pensione dell’orrore
Con quei 100 euro troviamo una pensione sopra un autogrill, aperta per miracolo.
La proprietaria, una signora tedesca che parla un dialetto che Google Translate rifiuta di riconoscere, ci consegna una chiave arrugginita dicendo qualcosa che potrebbe essere “buonanotte”… o “fate testamento”.
La stanza sembra uscita da un film dell’Est anni ’70:
– pavimento che scricchiola come se stesse confessando un delitto,
– finestre che tremano,
– riscaldamento che tossisce invece di scaldare,
– lenzuola color “non voglio sapere”.
Ci buttiamo sul letto e speriamo che la notte passi veloce.