Tutto nasce, come spesso accade, da un errore di autostima e da una pubblicità.
Una di quelle immagini con un tizio muscoloso che sorride sotto la pioggia islandese, zaino tecnico, barba da eremita e la scritta:
“Trekking Laugavegur – Ritrova te stesso.”
Io, che mi perdo anche nei centri commerciali, ho pensato: Perché no?
Era il 2014, avevo 30 anni, un ginocchio già scricchiolante e la convinzione che un viaggio “spirituale nella natura” potesse curare lo stress da open space e da cene aziendali con PowerPoint motivazionali.
Prenoto il volo per Reykjavík, affitto uno zaino “da spedizione” (che già suona male) e compro mezza Decathlon.
Mi presento alla partenza del sentiero Laugavegur con l’aria di chi sta per scalare l’Everest, ma in realtà non aveva mai dormito in tenda se non da bambino… in salotto.
Il mio zaino pesava 22 chili.
Non di roba utile, eh. Dentro c’erano un phon da viaggio, tre felpe “di scorta”, un libro di Murakami e un barattolo di Nutella “per sicurezza”.
Non avevo una mappa. Né un GPS. Né un’idea precisa di dove stessi andando.
Ma avevo la convinzione tipica di noi italiani quando ci dicono “serve esperienza”: ma figurati, ce la faccio.
I primi chilometri sono stati un sogno.
Campi di lava, montagne verdi, fumarole: sembrava di camminare dentro uno screensaver.
Ogni tanto mi fermavo a fare foto artistiche fingendo di sapere cosa stessi facendo.
“Guarda che luce mistica,” scrivevo nei vocali, mentre perdevo sensibilità alle dita.
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