Poi arriva il vento.
Quel vento islandese che non spinge, agguanta.
In dieci minuti divento un aquilone umano.
Cerco di piantare la tenda, ma i paletti si piegano come spaghetti scotti.
L’acqua entra da ogni lato, mi ritrovo in un minestrone personale di pioggia e disperazione.
Dentro lo zaino tutto è fradicio, tranne la Nutella (che comunque mangio con rabbia e lacrime).
Un tipo islandese mi urla qualcosa dal rifugio più vicino. Capisco solo “wind!” e “crazy!”.
Lo raggiungo correndo, zaino in spalla, pantaloni che pesano quanto un bambino di otto anni.
Chiedo:
“C’è un posto dove dormire sul pavimento?”
Mi rispondono sorridendo: “Yes, but two kilometers more.”
Due chilometri? Con questo vento? Ma siete scemi o vichinghi?
Ritorno alla mia tenda per ripararmi… errore fatale.
Il vento mi solleva la tenda come un pallone aerostatico e si porta via pure il mio cuscino gonfiabile.
Addio, caro amico: ti ho conosciuto gonfio e ti perdo nel cielo del nord.
Nel frattempo arriva un guardiano urlando “Evacuate! Evacuate!” come se stesse parlando ai Marines.
Io non evacuo, io collasso.
Raccolgo quello che resta del mio orgoglio e trascino tutto dentro la capanna.
Ci sono altri venti disperati come me: americani, francesi, un italiano di Napoli che bestemmia in tutte le lingue nordiche.
Dormiamo per terra, avvolti nei sacchi a pelo bagnati, mentre fuori il vento canta la canzone della morte.