Tutto comincia in un bar di Brescia, un sabato pomeriggio qualunque, con Riccardo che butta lì la frase destinata a cambiarmi la digestione (e forse la vita):
“Facciamoci un viaggio vero. In moto. In Vietnam.”

Io, che avevo appena finito di lamentarmi del cibo asiatico “troppo speziato”, accetto.
Non per spirito d’avventura, ma perché la mia ragazza mi aveva appena lasciato per un istruttore di pilates con un camper elettrico.
Partire per il Vietnam mi sembrava una buona alternativa alla terapia.

Dopo tre settimane di preparativi degni di una spedizione sul K2, ci ritroviamo all’aeroporto di Malpensa con due zaini, un casco ciascuno e un entusiasmo che si sarebbe esaurito dopo la prima notte.
Volo con scalo a Pechino (cinque ore di ritardo) e atterraggio ad Hanoi alle due del mattino, accolti da un muro d’umidità e da un tassista che ci carica le valigie urlando “cheap cheap!” e ci porta in un hotel dove la reception è un acquario. Letteralmente: un bancone pieno d’acqua con dentro due pesci rossi e un ventilatore.

Dopo una notte insonne su materassi più duri del comunismo, il mattino dopo affittiamo due moto: due Honda Wave del 2003, una rossa e una che definire “blu” è un insulto ai colori primari.
Il piano: percorrere 1.700 km in dieci giorni, da Ha Long Bay ad Hanoi passando per villaggi, risaie e un numero imprecisato di buche.

Le prime tappe vanno bene: paesaggi mozzafiato, bambini che ci salutano, nonni che ci indicano la strada e mucche che attraversano come se fossero pedoni col verde.
Finché non arriva quel giorno.