Era l’ultimo del viaggio.
Avevamo saltato la colazione e avevamo fame. Fame seria. Fame che trasforma gli esseri umani in creature capaci di mordere il sellino pur di ingerire proteine.
Quando un uomo sorridente ci fa cenno di fermarci e ci invita a seguirlo in un vicolo, non ci pensiamo due volte.
“Authentic local food”, dice Riccardo con la sicurezza di chi ha visto due puntate di Cucine da incubo e si sente Anthony Bourdain.
Il locale – se così vogliamo chiamarlo – era una stanzetta con tre sgabelli di plastica, un ventilatore che tossiva e un altare con un gattino dorato che muoveva la zampa.
Il profumo era… intenso. Non nel senso buono.
Io mi convinco che sia pesce. Riccardo, da ex chef fallito, inizia a scrutare il piano di lavoro.
Poi lo vedo irrigidirsi.
“Bro, quelle… non sono costine.”
Mi giro.
Sul tagliere, l’uomo stava pulendo qualcosa che aveva peli corti e zampette sottili.
Zampette.
“Oddio no,” sussurro, “dimmi che è capra, dimmi che è capra.”
Riccardo, impallidendo, sussurra: “Sembrano zampe di cane.”
Cerco di razionalizzare. “Magari qui i cani li usano come… decorazione?”
“No. Li usano come piatto del giorno.”
Panico.
Tiro fuori il telefono, apro Google Translate e digito tremando: Che carne è?
Lui risponde sorridendo, mostrando tutti i denti:
“Dog. Very good dog. Fresh dog.”
Sudo freddo. Riccardo fa il segno della croce.
Io riscrivo in fretta: No dog, please!
Il traduttore, evidentemente confuso, restituisce sullo schermo:
“Non preoccuparti, è il mio cane.”