Quando ho deciso di mollare tutto e partire per un viaggio intorno al mondo, la mia idea era semplice: un anno sabbatico, zaino in spalla, un biglietto “open” e un conto corrente che, con un po’ di attenzione, sarebbe bastato a mantenermi in movimento per mesi.

Il piano era perfetto: un po’ di Sud America, qualche tappa in Asia, forse l’Australia se il budget lo avesse permesso.

Peccato che non avessi fatto i conti con il Guatemala.

Arrivo a Panajachel, dopo una corsa interminabile su un furgone che sembrava uscito da un museo del trasporto pubblico. Quattro ore di curve, buche e galline urlanti, con l’autista che ogni tanto faceva il segno della croce prima di un tornante.

Lago Atitlán mi accoglie come un miraggio: l’acqua blu incastonata tra i vulcani, i mercati colorati, la musica dei mariachi che arriva da chissà dove.

Un piccolo paradiso, almeno finché non cerchi un bancomat.

Sono stanco, sudato e, ovviamente, senza contanti.

Trovo un ATM sgangherato all’angolo di una farmacia. Inserisco la carta, digito il PIN.

“Transazione negata.”

Riprovo. Niente.

Respiro. Mi convinco che sia solo un problema momentaneo.

Mi siedo in un bar, ordino un succo di papaya e apro il Wi-Fi. Controllo il conto: tutto regolare. La banca sa che sono all’estero, ho impostato la notifica di viaggio, ho perfino parlato con un operatore prima di partire.

Decido di chiamarli su Skype.

Dall’altra parte, voce pacata e robotica:

“Tutto a posto, signore. Non risulta alcun blocco. Provi magari un altro sportello.”

Obbedisco. Cinque minuti dopo trovo un altro bancomat, questa volta dentro una banca più moderna.

Funziona.