Chase (la mia banca americana, perché da bravo viaggiatore avevo aperto un conto internazionale) mi blocca subito la carta, apre un’indagine e promette il rimborso.
Io resto ore a fissare lo schermo del computer nella sala comune dell’ostello, mentre un gruppo di ragazzi tedeschi gioca a beer pong a due metri da me.
Un momento surreale: loro che ridono e cantano Despacito, io che cerco di capire come pagherò il traghetto per tornare dall’altra parte del lago.
Nei giorni successivi scopro che Panajachel è un punto nero per le truffe ai bancomat.
Molti ATM sono stati manomessi, e i turisti sono prede facili.
Un classico: macchina apparentemente funzionante, prelievo negato, carta clonata.
Mi rendo conto che avrei dovuto fare attenzione a mille piccoli dettagli.
Il colore del lettore.
La tastiera leggermente rialzata.
La telecamerina piazzata sopra lo schermo.
Ma quando sei in viaggio, la verità è che ti rilassi. Ti fidi.
Ti senti invisibile.
Nei giorni seguenti, mentre aspetto la nuova carta, inizio a vivere davvero “da backpacker”.
Pago tutto in contanti, dormo in dormitori da 5 dollari, mangio riso e fagioli, condivido taxi con sconosciuti.
Scopro che, senza carta, si può comunque sopravvivere.
La banca alla fine mi rimborsa l’intera somma, ma la lezione rimane.
Non tanto sul denaro, ma sulla vulnerabilità.
Sull’illusione che la tecnologia ti protegga quando invece ti espone.
E sul fatto che basta un click, un gesto distratto, per trasformare il sogno del viaggio perfetto in un incubo tropicale.
Ora, ogni volta che infilo la carta in un bancomat all’estero, controllo tutto due volte.
Tiro la fessura, muovo la tastiera, guardo se ci sono microcamere.
E se qualcuno mi guarda strano, sorrido e dico solo:
“Una volta mi hanno svuotato il conto in Florida mentre ero in Guatemala. Adesso non mi fregano più.”