A quel punto il mio cervello si spegne.
Provo a spiegargli che in Italia i cani dormono nei letti e hanno profili Instagram.
Lui ride, come se fosse la cosa più assurda mai sentita.
Poi ci offre due bicchierini di liquido trasparente che sembrava grappa ma sapeva di benzina.
Riccardo lo beve per educazione e inizia a cantare Volare a un pollo che passava nel cortile.

Io cerco di pagare pur di uscire, ma l’uomo rifiuta i soldi e ci accompagna alla porta ridendo.
“Come back tomorrow, fresh dog again!”

Saliamo in moto e ripartiamo senza parlare.
A ogni latrato lungo la strada, Riccardo sussulta. Io non riesco più a guardare i cani negli occhi.
Dopo un’ora troviamo un altro ristorantino: sull’insegna c’è disegnata un’anatra.
Ordiniamo pollo e riso. Arriva qualcosa che sembrava effettivamente pollo.
Mangiamo in silenzio, fissando il piatto come due superstiti di guerra.

La sera, in hotel, Riccardo confessa:
“Mi sa che ho le allucinazioni. Ho sognato un carlino che mi chiedeva scusa.”
Io non rispondo. Sto cercando sul telefono se il karma funziona anche a distanza.

Il giorno dopo, all’aeroporto, passo davanti a un negozio di peluche a forma di cane.
Li guardo, sospirando.
Una signora accanto a me dice: “Che teneri.”
Io mormoro: “Sì, e per fortuna non in salsa piccante.”

Sono tornato in Italia con due certezze:

  1. In Vietnam la gente è gentile, ma il menù va letto molto attentamente.

  2. Non sono ancora pronto a guardare la pubblicità della Pedigree senza piangere.